Economia

Plastica, 5 fronti di sfida per salvare i mari con la tecnologia

  • Abbonati
  • Accedi
Servizio |Raccolta e riciclo

Plastica, 5 fronti di sfida per salvare i mari con la tecnologia

Così come i parafulmini attirano le saette, così sulla plastica pare concentrarsi una tempesta di luoghi comuni e di idee preconcette. Meglio snebbiare il panorama con alcuni concetti di fondo. Qualche dato, dunque.
Secondo l’Istituto di promozione del riciclo della plastica Ippr, nel 2018 sono stati prodotti in Italia beni di plastica per 5,8 milioni di tonnellate alle quali si aggiunge circa un milione di tonnellate di plastiche riciclate, di cui circa il 70% post-consumo. Il censimento della Federazione Gomma Plastica Unionplast dice che l’industria italiana di lavorazione delle plastiche è formata da 11mila imprese per un fatturato di oltre 30 miliardi di euro: di queste, 5mila sono le imprese attive nel primo stadio della lavorazione delle plastiche.

GUARDA IL VIDEO: Plastica: vietati piatti e cannucce, sì a bicchieri e a bottiglie di acque minerali

Secondo uno studio dell’Assoambiente, nel suo complesso l’industria della gestione dei rifiuti vale 28 miliardi di euro, di cui 11,2 miliardi per i rifiuti urbani (dato Ispra), 16,9 miliardi per i rifiuti speciali (stima Assoambiente); per tutti i tipi di materiali, ci sono circa 7.200 impianti di riciclo che occupano circa 135mila addetti.

I NUMERI DEL RICLO

Cinque fatti
Per dissipare un po’ della nebbia dei luoghi comuni, ecco cinque fatti alla base della discussione.

Primo. La plastica è igienica, infrangibile e leggerissima, e ciò la rende un materiale che conserva in modo sterile e duraturo gli alimenti, a differenza di materiali spesso pesanti, degradabili, contaminanti e fragili usati da chi aborre la plastica o da chi predilige il vuoto a rendere. Al tempo stesso queste caratteristiche sono una disgrazia quando la plastica diventa un rifiuto.

Secondo, la disgrazia della plastica che lorda gli oceani è dovuta a chi disperde nell’ambiente invece di raccogliere, come prevalentemente accade in tutti quei Paesi di nuova economia privi di sistemi di raccolta e riciclo dei rifiuti.

Terzo. A dispetto del pensare comune, l’Italia è tra i Paesi più bravi — secondo alcuni forse il più formidabile — nel riciclare la plastica, per qualità del riciclo, per innovazioni (basti pensare all’intuizione della plastica biodegradabile).

Quarto. L’uso della plastica impiegata come combustibile non è la risposta ai problemi ma è indispensabile come strumento — quanto più limitato possibile — per ridurre gli scompensi di mercato. Se viene bruciata in modo appropriato per produrre energia in sostituzione di combustibili fossili, la plastica ha un destino migliore rispetto a quella gettata oppure accumulata in depositi abusivi facile preda di ben altre fiamme.

Quinto fatto, la plastica si accumula perché non ci sono abbastanza impianti di trattamento e selezione e perché non c’è mercato a valle: siamo generosi nel raccogliere e destinare al riciclo ma siamo al tempo stesso esigentissimi e i prodotti rigenerati, fatti con materia prima seconda, vengono respinti da troppi consumatori.

Servono impianti e mercato
Rileva un’indagine dell’Ippr: il primo ostacolo all’uso di plastica rigenerata è l’ignoranza dei consumatori, affiancata dai limiti normativi: solamente ora è stato consentito di usare plastica rigenerata per produrre confezioni per alimentari, a patto che si rispettino standard igienici rigorosi. Conferma Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, l’associazione dei produttori di acque minerali, che il riuso per gli alimenti è un successo dell’industria delle acque minerali .

Avverte Chicco Testa, presidente dell’Assoambiente: però bisogna mettere sul mercato dai quattro ai cinque nuovi impianti di selezione e valorizzazione della plastica, in grado di trattare almeno mezzo milione di tonnellate in più.

La diga sul Po
I grandi dieci fiumi del mondo (nessuno dei fiumi europei) vomita il 90% dei rifiuti che sporcano gli oceani. In Italia Antonello Ciotti, presidente del consorzio di riciclo Corepla, e Lorenzo Barone di Castalia si sono alleati con Edo Ronchi (Fondazione sviluppo sostenibile) e, con il patrocinio di Comune di Ferrara, ministero dell’Ambiente e Autorità del Po, hanno sperimentato una diga ferma-plastica. In quattro mesi, da luglio a novembre scorsi, la barriera di Pontelagoscuro ha fermato tre quintali di rifiuti che sul filo della corrente scivolavano verso l’Adriatico, di cui 92,6 chili di plastica. La quota più rilevante sono i fusti agricoli o industriali, non la plastica usa-e-getta che suscita tanta indignazione.

Industria alla prova
L’esperienza di impianti come Montello (Bergamo), fra i più efficienti e innovativi riciclatori in Europa, o come le bioplastiche italiane della Novamont e Bio-On mostrano che l’industria deve essere non la vittima perseguitata bensì lo strumento per ridurre i rifiuti, riciclarli e smaltirli in modo corretto. Non a caso le aziende delle bioplastiche si sono alleate nel consorzio di riciclo Biorepack, che con il consorzio Conai ricupera gli imballaggi di plastica biodegradabile e compostabile.

Le ordinanze con il cancelletto
Per le amministrazioni locali è più facile emanare leggi e ordinanze con un bel cancelletto: il decreto #salvamare e le ordinanze #plastic-free. A Napoli con orgoglio il 1° maggio è entrata in vigore l’ordinanza #Lungomare #plastic-free, alle isole Eolie il progetto #Emergensea di Marevivo (è un dispositivo per raccogliere le bottiglie).

Amarezza
Queste ordinanze, protesta Marco Omboni, presidente di Pro.Mo Federazione Gomma Plastica, rischiano di mandare sul lastrico una trentina di aziende italiane e i 3mila addetti che vi lavorano senza dare — aggiunge l’associazione Confida della distribuzione automatica — alcun beneficio ambientale e al contrario mettendo a rischio l’igiene dei cibi. Un commento amaro dall’esperienza della gestione dei rifiuti viene da Fabio Altissimi, della Rida Ambiente di Aprilia: «I cittadini dovrebbero domandare alle Procure e alla Corte dei Conti lumi sui tanti soldi che si spendono in più senza ottenere il risultato previsto, ovvero il riciclo dei materiali».

© Riproduzione riservata