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Dossier Il rischio economico dell’instabilità politica

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    Dossier | N. 22 articoliAlla luce del sole

    Il rischio economico dell’instabilità politica

    In tutta l’Europa i partiti populisti stanno mettendo in discussione l’importanza dell’euro, e più in generale il ruolo sovranazionale dell’Unione europea. I termini della questione non riguardano quasi mai l’analisi economica, ma piuttosto la tattica politica. Se chiedeste alla candidata alle presidenziali francesi Marine Le Pen se l’Unione europea sia un’area valutaria ottimale, molto probabilmente vi riderebbe in faccia. Nel migliore dei casi, ribatterebbe che agli elettori non interessa la sincronizzazione del ciclo economico o la convergenza del prodotto interno lordo. Non sono aspetti centrali nel dibattito politico, anche se l’Unione Europea si è dimostrata uno strumento utile per perseguire entrambi, pagando un prezzo molto basso in termini di disuguaglianza di reddito a livello continentale, come abbiamo dimostrato io e i miei colleghi Alberto Alesina e Guido Tabellini in un recente articolo.

    Piuttosto, la signora Le Pen probabilmente vi risponderebbe che agli elettori interessa la crescita del potere d’acquisto dei loro salari e la stabilità del contesto economico in cui operano. Focalizzandosi su questioni come il controllo nazionale della politica monetaria («sovranità» è il termine che più abbonda nei loro discorsi), i partiti antieuro promettono di rilanciare la crescita di salari e occupazione (che sono fermi al palo nell’Europa meridionale e in Francia) senza costi aggiuntivi in termini di stabilità economica o politica.

    Ma qui stabilità è una parola chiave.

    La stabilità economica e quella politica ci permettono di scegliere con sufficiente serenità di acquistare una nuova casa o una macchina, o di pianificare quella vacanza estiva, quindi sono importanti per i consumi interni. Sono importanti anche per spingere una piccola impresa a investire in nuove attrezzature o pubblicare un’offerta di lavoro per assumere nuovi dipendenti.

    Ma un’Europa senza il mercato unico e l’euro – perché è di questo che stiamo parlando veramente, non di un’uscita dell’Italia o della Francia, ma dell’inevitabile tracollo della moneta unica – sarebbe in grado di offrire questa stabilità?

    Anche supponendo che qualsiasi volatilità aggiuntiva determinata da un possibile crollo dell’euro sia pari a zero – uno scenario molto positivo per quelli di noi che cercano di valutare un crollo dell’euro - fuori dall’Unione europea ci si potrebbe aspettare che un Paese come l’Italia o la Spagna torni a un equilibrio di lungo periodo più volatile e meno stabile a livello economico. Questo perché passeremmo da un’economia «grande e aperta» a un contesto economico «piccolo e aperto». Gli economisti Julian di Giovanni e Andrej Levcenko, tra gli altri, hanno dimostrato che esiste un collegamento evidente fra apertura commerciale e volatilità nella crescita del Pil, soprattutto nelle piccole economie aperte .

    Questo collegamento risale come minimo al famoso studio di Dani Rodrik negli anni 90, e la necessità di contrastare l’incertezza economica può significare un ruolo maggiore dello Stato nazionale. Una maggiore volatilità richiederà probabilmente un settore pubblico nazionale più forte, per coprire e gestire il rischio internazionale. Riflettiamoci un attimo: possiamo immaginare un’ulteriore espansione dello Stato in Europa, con i conti pubblici già sotto pressione? I Paesi membri da dove riuscirebbero a ritagliarsi lo spazio di bilancio necessario per garantire protezione dagli shock internazionali? La flessibilità della politica monetaria da sola non basterebbe a risolvere il problema.

    E anche il resto del mondo non offrirà una stabile controparte di negoziazione internazionale nel futuro a medio termine. Si prospetta un contesto geopolitico di crescente incertezza, con conflitti che potrebbero espandersi o aprirsi in Siria, Iran o Corea del Nord. Per non parlare della Russia, del Medio Oriente o della recrudescenza della guerriglia talebana in Afghanistan, fra le altre cose.

    Tutti gli indicatori disponibili per l’Europa già ora segnalano che questa incertezza sta crescendo e che molto probabilmente in futuro ne pagheremo lo scotto. A marzo, il Monthly European Economic Policy Uncertainty Index era salito del 71 per cento rispetto a marzo del 2010. Ulteriori conferme si possono trovare nella curva della struttura per scadenze dei futures Vstoxx, che cerca di estrapolare misurazioni del grado di incertezza dai mercati azionari europei.

    Gli elettori francesi o italiani dovrebbero chiedersi se sia preferibile navigare attraverso questi mari tempestosi a bordo di una barchetta veloce ma fragile, oppure all’interno di un blocco più grande e stabile. Si possono vedere costi e benefici in entrambe le strategie, ma bisogna essere consapevoli dell’entità del rischio che si addensa all’orizzonte e dei suoi costi.

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