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TENSIONE NETANYAHU-LIEBERMAN

Israele litiga sulla leva militare per gli ortodossi: rischio di nuove elezioni

Il leader dell’ultradestra israeliana Lieberman con il premier Netanyahu (Reuters)
Il leader dell’ultradestra israeliana Lieberman con il premier Netanyahu (Reuters)

Un Governo creato all’ultimo minuto, oppure nuove elezioni?
Solo il tempo, e si tratta di poche ore (fino alle mezzanotte), ci darà una risposta più chiara su uno dei periodi post elettorali più confusi nella storia di Israele.
Pur ostentando ottimismo, Benjamin Netanyahu lo sapeva fin dall’inizio: in Israele è molto più difficile formare una coalizione di governo, piuttosto che vincere un’elezione senza però ottenere la maggioranza assoluta.

Bibi, come amano definirlo i suoi sostenitori, se lo ricorda bene. Nel 2009 Kadima, il partito di centro guidato della sua avversaria, Tzipi Livni, vinse le elezioni. Ma la Livni non riuscì a trovare il consenso tra le diverse formazioni politiche per dar vita ad un Governo. Toccò allora a lui, il cui partito, il Likud, era arrivato per un soffio secondo. Ci riuscì. E da allora governa ininterrottamente.
Oggi Netanyahu rischia di trovarsi nella stessa situazione in cui si trovò Tzipi Livni. Quella di aver vinto le elezioni ma di non riuscire a formare un Esecutivo.

Le due possibilità: un accordo all’ultimo o elezioni già in settembre
La politica israeliana non è facile. Tutt’altro. Non è una rarità che partiti e partitini forgino alleanze in pochi giorni che poi si sfaldano in pochi mesi. Ecco quindi cosa potrebbe accadere oggi. In aprile, una volta ottenuto dal presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, l’incarico di formare un Governo, Netanyahu aveva 28 giorni di tempo, più un’estensione di altri 14, in modo da chiudere i negoziati con le altre forze politiche alleate. Sembrava una partita facile. Netanyahu si era assicurato l'appoggio di una serie di partiti, alcuni orientati ad una destra quasi estrema, altri ultra ortodossi, capaci di garantirgli una comoda maggioranza: in teoria 65 seggi sui 120 del Parlamento.

Ma il percorso che porta dagli impegni alla loro realizzazione è sempre cosparso di insidie. Agli ultimi giorni Bibi si è infatti trovato orfano degli indispensabili seggi del partito Israel Beytenu, il cui fondatore e leader - il moldavo Avigdor Lieberman - è ai ferri corti con Netanyahu. Oggi, alle nove di sera scadrà questo termine, non più dilazionabile. Cosa accadrà allora?

Il partito conservatore di Netanyahu, il Likud, ha già presentato ieri una prima lettura per una legge che prevede lo scioglimento anticipato della legislatura. Oggi il Likud cercherà di far passare la seconda e forse anche la terza lettura in Parlamento previste per legge. Se dovesse avere successo, Israele tornerebbe a votare il 17 settembre. Solo cinque mesi dopo le ultime politiche.
Vi è tuttavia una seconda opzione. Vale a dire che il presidente della Repubblica affidi l’incarico ad un altro deputato. Una soluzione percorribile arrivando oggi all’ostruzionismo parlamentare. È quanto intende fare Meretz, partito storico della sinistra israeliana, deciso a fare in modo di non far approvare la legge che il Likud cerca di far passare. «Siamo pronti ad un ostruzionismo di almeno due tre giorni che è il tempo massimo per Rivlin- ha detto la presidentessa del partito Tamar Zandberg - per chiedere ad un altro deputato di formare un governo».

Il nodo del contendere: il servizio militare per gli ortodossi
Sembra che il destino politico dell’ambizioso Netanyahu, che sarebbe divenuto il capo di Governo più longevo nella storia di Israele - debba passare inevitabilmente attraverso uno scomodo personaggio: Avigdor Lieberman, esponente di spicco della destra nazionalista tra gli ebrei di origine russa. Che in Israele sono davvero numerosi.
A dividere Bibi e Avigdor è una vexata quaestio. Ovvero la spinosa questione relativa all’estensione della leva militare anche agli ebrei israeliani ultraortodossi. L’Alta corte di giustizia di Israele aveva emesso una sentenza nel 2017, sollecitando l’Esecutivo ad individuare una soluzione.
Oggi Lieberman non vuol sentire ragioni. Non vuole cedere agli altri piccoli partiti religiosi (Shas, United Torah Judaism e l'Unione dei Partiti di Destra) disponibili a dar vita al nuovo Governo di Netanyahu. La sua linea è rigida: o tutto – in questo caso il servizio militare come per tutti gli altri cittadini israeliani – o niente, vale a dire nessuna partecipazione al nuovo governo di Bibi. Che senza Avigdor non avrebbe i numeri.

Nella primavera del 2018 lo scottante tema della “leva militare per tutti” aveva portato il Governo sull’orlo della crisi. In luglio, la Knesset, su iniziativa proprio di Lieberman, era riuscita ad approvare, con l’aiuto dell’opposizione, una legge che prevede un graduale aumento della partecipazione degli ultraortodossi al servizio militare. Non solo. Le yeshiva (le scuole religiose) che avrebbero cercato di eludere la legge, se non ostacolarla, rischiavano delle multe salate. Ma la legge si era arenata davanti alle minacce dei partiti religiosi di uscire dalla maggioranza di Governo.
Lo scorso novembre Lieberman, allora ministro della Difesa, aveva fatto cadere il Governo portando così il Paese alle elezioni anticipate del 9 aprile. La ragione della crisi con Netanyahu era ufficialmente l’atteggiamento “morbido” usato dal leader del Likud nei confronti del movimento islamico Hamas, che governa con il pugno di ferro la Striscia di Gaza e che aveva ripreso a lanciare missili dalla Striscia di Gaza innescando ’'ennesima escalation militare. Lieberman non aveva affatto gradito il cessate il fuoco ottenuto da Netanyahu. Ma la questione della leva militare si nascondeva ancora una volta sotto gli attriti tra i due politici. Così come i numerosi scandali e le tre indagini per corruzione che potrebbero portare Netanyahu ad esser formalmente incriminato.

Un voto svoltosi appena due mesi fa
Sembra quasi incredibile. Sono trascorsi meno di due mesi da quando la politica israeliana sembrava avviata a proseguire il suo lungo periodo di dominio indisturbato dei partiti di destra. Torniamo indietro all’alba del aprile, quando dalle operazioni di scrutinio uscivano i seguenti risultati: il Likud aveva ottenuto il 29 per cento dei voti, 7 punti in più rispetto al risultato delle precedenti elezioni. Il che si traduceva in 35 seggi sui 120 disponibili alla Knesset. Lo stesso risultato era stato ottenuto dal partito del principale sfidante di Netanyahu, il Blu e il Bianco dell’ex capo di stato maggiore dell'esercito, Benny Gantz.Il quale tuttavia non aveva i numeri per provare a formare un Governo. L'incarico di formare il nuovo governo era stato dato dunque a Netanyahu perché sembrava essere nella posizione migliore per formare una nuova alleanza di governo, con gli stessi partiti che già gli avevano dato la fiducia. E così è stato. Ma sono poi sorte le difficoltà con Lieberman.

Un Governo di coalizione? L’accattivante terza via
Anche se ricevesse il mandato per provare a formare un Governo, Gantz si troverebbe in grandi difficoltà. Non aveva i numeri allora, non sembra averli nemmeno oggi. Ma potrebbe farsi strada una terza via. Il generale che piace al centro sinistra potrebbe proporre a Netanyahu di formare una Governo di Unità tra centro sinistra e conservatori (probabilmente escludendo i partiti religiosi e quelli di estrema destra) in cui Netanyahu non sarebbe però il leader. Circolano indiscrezioni su tentativi per percorrere questa strada. Difficile che Bibi accetti. Escluderlo sarebbe però poco saggio. La politica israeliana non è mai stata avara di sorprese.

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