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E la Fed prepara (con calma) la stretta sui tassi

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E la Fed prepara (con calma) la stretta sui tassi

  • –Mario Platero

L’elemento determinante è la pazienza: quanto sarà “paziente” la Fed prima di cominciare in questo 2015 la stretta monetaria? E quanto una politica straordinariamente accomodante e di straordinario successo, perseguita solo per rilanciare lavoro e crescita lascerà il segno sulla Germania, che l’ha sempre irrisa?

Sono questi i due elementi, uno tecnico l’altro politico, che segneranno nel 2015 le dinamiche dei mercati e quelle transatlantiche a consuntivo di una conduzione della Banca centrale americana che per molti anni è stata ferma, autonoma e, soprattutto, determinante per far uscire l’America dalla “Grande Recessione” del 2007-2009. Il nuovo anno si apre dunque all’insegna del giro di boa. Dopo cinque anni di politica monetaria a tassi zero, la Fed ha chiuso nel 2014 gli interventi quantitativi e ha annunciato che procederà con un rialzo dei tassi. Il mercato sconta tempi da “atterraggio morbido” – oggi si punta sul mese di giugno - e un approccio molto graduale per gli incrementi anche dopo l’avvio della “stretta”, ma ci sono ovviamente margini, come illustra il dibattito fra i membri del consiglio avvenuto dopo gli incontri del 16/17 dicembre. Un dibattito variegato, che mostra differenze in seno al consiglio della Fed e che sarà al centro della riunione annuale degli economisti americani che si apre questa mattina a Boston.

Narayana Kocherlakota ad esempio, il governatore della Fed di Minneapolis, ritiene che il rischio di deflazione ancora implicito nell’economia dovrebbe suggerire prudenza e la Fed dovrebbe lasciare le cose come stanno a tempi indefiniti o almeno fino a quando non si rileverà un tasso di inflazione pari all’obiettivo della Fed del 2%. Oggi siamo ancora molto sotto quel livello: si doveva raggiungere l’1,9% per la fine dell’anno e invece siamo all’1,3%, grazie in buona parte alla caduta verticale del prezzo del greggio. Ma anche al netto dei prezzi energetici e alimentari, l’inflazione sarebbe stata a fine 2014 dell’1,7%. Dato che smentisce chi prevedeva un’inflazione molto superiore in conseguenza delle politiche superaccomodanti della Fed e che oggi afferma che senza calo dei prezzi energetici saremmo di certo su livelli inflattivi di molto superiori. Non solo, i tassi di mercato sui titoli a dieci anni hanno smentito analisti e investitori pessimisti che prevedevano per il 2014 un aumento forte dei rendimenti (con rischi di shock) per l’effetto congiunto della fine del Qe e per le crescenti aspettative di un aumento dei tassi sui Fed Funds (il tasso che oggi è appunto vicino allo zero).

Invece, non solo l’aumento non c’è stato, ma i rendimenti sul decennale alla fine del 2014 sono stati inferiori a quelli della fine del 2013. Il rendimento atteso per fine 2014 si aggirava attorno al 3,5%, ma l’anno si è chiuso con rendimenti del 2,19% contro il 3,03% in chiusura del 2013. È vero che i buoni del Tesoro americano hanno goduto di una serie di altri fattori inattesi: la crisi russa, le difficoltà economiche del Giappone, il rallentamento della Cina, le continue difficoltà in Europa (con le complicazioni del problema Grecia) hanno favorito flussi di acquisti di titoli Usa. Ma non si può negare che l’impatto negativo atteso per la fine del Qe non c’è stato. E dunque ora, che si procede verso la seconda fase dell’“atterraggio morbido” ci si domanda se un paio di aumenti di un quarto di punto avranno davvero le conseguenze disastrose che teme Kocherlakota.

A lui hanno risposto Richard Fisher, presidente della Fed di Dallas, e Charles Plosser, della Fed di Philadelphia. Soprattutto alla luce dei recenti dati sulla crescita (+5% per il terzo trimestre) e sull’occupazione (un milione di nuovi occupati in tre mesi) i due governatori ritengono che la maggioranza del consiglio della Fed di cui fanno parte si stia muovendo troppo lentamente e stia sottovalutando la forza della crescita con le sue ricadute inflazionistiche: «I dati statistici che rileviamo non sono certo rappresentativi di un’economia bisognosa di aiuto», ha detto ad esempio Plosser dopo l’ultima riunione del Fomc del 16-17 dicembre che ha introdotto il termine “pazienza” e la quasi certezza di un aumento attorno alla metà dell’anno.

John Williams, governatore della Fed di San Francisco, ha invece confermato la linea del governatore Janet Yellen, è schierato con la maggioranza e in risposta ai commenti dei suoi colleghi ha riaffermato che la Fed procederà con gli aumenti dei tassi “prima” di aver rilevato nell’economia un tasso di inflazione del 2%, ma senza fretta. Tre posizioni dunque con una maggioranza che prevale “attorno” a giugno per l’avvio della stretta.

Il dettaglio sullo schieramento dei governatori porta però all’altro tema dominante: l’impatto che la Fed potrà avere sulla cocciuta resistenza tedesca all’introduzione di una manovra quantitativa che tanto vorrebbe il presidente della Bce, Mario Draghi, come ha confermato nell’intervista di ieri a Handelsblatt e nel recente intervento sul Sole 24 Ore, quando ha chiesto di considerare forme di compensazione fiscale fra paesi europei che hanno diversi andamenti economici.

Riesce difficile capire come mai a Berlino non vi sia un forte imbarazzo per i clamorosi errori imposti sul resto dell’Europa in termini di austerità interna accompagnata da atteggiamenti restrittivi esterni (no a manovre di stimolo fiscale e no per ora a un Qe). Riesce difficile perché la natura di una Banca centrale come dimostra la Fed deve poggiare sull’indipendenza dagli interessi locali. Fischer ad esempio, governatore della Fed del Texas, il secondo stato più grande d’America (quasi il doppio della Germania) rappresenta una regione che oggi soffre economicamente per la caduta dei prezzi del greggio. Eppure è favorevole a un aumento più rapido dei tassi, perché nella sua autonomia sa di voler tutelare l’interesse dell’America intera e non del Texas o del governatore del suo Stato. Lo stesso vale per gli altri governatori immuni nelle loro decisioni da influenze politiche a partire dalla Yellen. Basterà l’esempio americano della Fed che opera in modo autonomo - e i risultati della sua politica per la crescita - a convincere la Germania che farebbe meglio a lasciar fare a Mario Draghi il suo lavoro alla Bce nell’interesse dell’Europa e senza interferenze esterne? Un banchiere centrale molto informato ne dubita: «La storia ci dice che Germania ammette l’errore solo quando si trova le rovine intorno». O quando, auguriamocelo per questo 2015, ci saranno risultati inoppugnabili da chi da questa sponda dell’Atlantico chiede all’Europa di darsi una mossa. Come una crescita del 5% senza inflazione.

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