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Dossier Le riforme cambiano il ruolo del Presidente

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    Le riforme cambiano il ruolo del Presidente

    Se tutto fila liscio il prossimo presidente della repubblica dovrà fare i conti con un quadro istituzionale significativamente diverso da quello dei suoi predecessori.
    La riforma elettorale e quella costituzionale - non ancora definitivamente approvate - produrranno effetti rilevanti sul ruolo del capo dello stato. Non si tratta di modifiche di natura giuridica. I poteri formali del presidente non cambieranno. L'articolo 87 della Costituzione non è stato toccato. Cambia il meccanismo di elezione. Questa è la modifica più importante. Dal quinto scrutinio ci vorrà la maggioranza dei tre quinti e solo dopo l'ottavo basterà la maggioranza assoluta. Ma non è questo che conta veramente. Sarà invece la nuova legge elettorale a incidere sul ruolo del capo dello stato dandogli una responsabilità ancor più delicata di quella che ha avuto finora.

    Con l'approvazione dell'Italicum e con il superamento del bicameralismo paritario si completerà l'evoluzione maggioritaria del nostro sistema politico. Ancor più che nel passato recente i governi si formeranno non in Parlamento ma nelle urne. L'Italicum è un sistema elettorale decisivo. Chi vince - primo o secondo turno non importa - ottiene la maggioranza assoluta dei seggi nell'unica camera che dà la fiducia. Il governo si formerà così. In questo modo il presidente del consiglio è di fatto eletto direttamente dai cittadini. È dal 1993 - con la legge Mattarella- che il sistema si è avviato in questa direzione. Certo, l'Italia resta una repubblica parlamentare. Formalmente è il parlamento a fare e disfare i governi. Ma è difficile negare che con l'affermazione di sistemi elettorali maggioritari, che producono risultati elettori “decisivi”, di fatto il governo non si forma in parlamento ma nelle urne. In un quadro di questo genere il ruolo del presidente della Repubblica è più o meno quello di un notaio . Non esistono margini di discrezionalità. Il suo potere di nomina del capo del governo viene drasticamente ridimensionato. Questo è uno dei possibili scenari.

    Ma le cose potrebbero andare diversamente. Nonostante il premio alla lista e il doppio turno senza apparentamento, l'Italicum potrebbe produrre governi di coalizione. Le liste infatti potrebbero essere formate da più partiti che si presentano insieme. Lo abbiamo già visto. Al secondo turno uno dei partiti al ballottaggio potrebbe fare – anche senza apparentamento formale - accordi con altri partiti per avere i voti dei loro elettori in cambio di posti di governo. Questi stratagemmi non possono essere esclusi. Nella cultura istituzionale della nostra classe politica non ci sono antidoti a questo tipo di comportamenti. E mancano al momento norme che li possano impedire. E allora, se ci saranno governi di coalizione, occorre mettere in conto che le coalizioni si possano disintegrare. E per finire non si può nemmeno essere certi che il partito vincente non si divida nel corso della legislatura e metta in crisi il governo. Insomma la stabilità promessa dall'Italicum potrebbe non materializzarsi. O potrebbe farlo col tempo. In questi casi come si comporterà il nuovo presidente della Repubblica? Certamente non potrà essere un notaio.

    Se sono gli elettori a scegliere chi governa è legittimo che i partiti in parlamento possano non tener conto di questa decisione elettorale e avocare a sé il diritto di sostituire il governo deciso nelle urne con un governo deciso nelle aule parlamentari?
    Formalmente la risposta è sì, ma non si può negare che un nuovo governo che sia sostanzialmente diverso da quello che ha vinto le elezioni, e che ha incassato un premio di maggioranza, sconti un difetto di legittimità politica, soprattutto nel caso in cui a formarlo siano in parte o in toto partiti di opposizione. Potrebbe accadere. Insomma l'evoluzione maggioritaria del sistema politico crea una potenziale tensione con l'impianto parlamentare e proporzionale della Costituzione. L'Italicum e il superamento del bicameralismo paritario accentueranno questo problema.
    D'altronde non si può sostenere che tra parlamentarismo e regole di voto maggioritarie esista incompatibilità. Sarebbe una tesi assurda in presenza di molte democrazie in cui i due elementi coesistono. Ma la loro coesistenza è complessa e delicata. Si fonda su una cultura politica e giuridica più pragmatica che dogmatica, sul buon senso, sul rispetto dei ruoli e sul voto retrospettivo degli elettori. Alla fine dovranno essere loro a giudicare nelle urne il merito degli eventuali cambiamenti intervenuti nell'esecutivo tra una elezione e l'altra. Ma tutto ciò non è scontato. Il ruolo del capo dello stato sarà decisivo. Sarà lui a dover reinterpretare la Costituzione in chiave maggioritaria trovando il giusto punto di equilibrio tra legittimità costituzionale e legittimità politica.

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