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Dossier Osservatorio antimafia in Umbria aggredita dalla ‘ndrangheta

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Osservatorio antimafia in Umbria aggredita dalla ‘ndrangheta

L'Osservatorio sulle infiltrazioni mafiose e l'illegalità in Umbria nasce da un percorso portato avanti dalla Commissione regionale contro le infiltrazioni mafiose e le associazioni Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Legambiente, Cittadinanzattiva e Mente Glocale. Il punto di partenza si ritrova nel constatare, attraverso dati statistici e approfondimenti, i processi di infiltrazione da parte delle organizzazioni criminali, spesso di stampo mafioso. Tale modello di infiltrazione si caratterizza per gli aspetti dell''invisibilità e dalla trasversalità dei settori coinvolti. Tale spinta, ha portato a diverse proposte.

Come si legge nel dossier “Covo freddo” (pubblicato dalla Regione Umbria e da Libera informazione nel 2011), si tratta di una «una denuncia che non è soltanto a parole ma si concretizza nei fatti». Il primo di tanti.

Nel 2009 le associazioni Libera Umbria, Legambiente e Cittadinanzattiva hanno inoltrato al Consiglio regionale dell'Umbria una richiesta senza precedenti: istituire una Commissione d'inchiesta sulle infiltrazioni mafiose e in particolare, controllare il sistema degli appalti pubblici. La richiesta è stata accolta il 20 gennaio dello stesso anno quando è nata la prima Commissione, presieduta dal consigliere Paolo Baiardini, rimasta in carica un anno. Dopo l'elezione della nuova presidente della Regione, Catiuscia Marini, il Consiglio regionale ha rinnovato il suo impegno e ha istituito una seconda Commissione antimafia, presieduta dal Consigliere Paolo Brutti. La società civile e buona parte della politica hanno intuito che le mafie, anche qui in un luogo non tradizionalmente fertile stanno gradualmente occupando e inquinando l'economia legale e ha chiesto subito che venissero messi in atto interventi mirati ed efficaci per contrastarle.

L'Osservatorio regionale (è la prima esperienza di questo tipo in Italia) è una proposta che affonda nell'idea di integrare, in maniera innovativa, l'amministrazione regionale con le pratiche di partecipazione politica da parte della cittadinanza, attraverso le associazioni, stimolando la concretizzazioni di strumenti di informazione, formazione, denuncia e proposta.

Il sostituto procuratore nazionale antimafia Leonida Primicerio, nella sua relazione consegnata a fine 2013 nelle mani del capo della Dna Franco Roberti lo ha scritto chiaro e tondo: che in Umbria c'è «riciclaggio o al reimpiego di capitali rivenienti da associazioni di tipo mafioso, in particolare dalla camorra e dalla ‘ndrangheta».

Le attività di indagine condotte hanno consentito di accertare il reimpiego e/o il riciclaggio di capitali (provenienti dai casalesi di Villa Literno nonché da organizzazioni ‘ndranghetiste solitamente per il tramite di soggetti calabresi stabiliti in Umbria) soprattutto in attività economiche ed imprenditoriali come l'edilizia (soprattutto a seguito del terremoto del 1997), la ristorazione e la gestione di locali di intrattenimento.

La cosa ancor più preoccupante, però, è che il magistrato denuncia «una sorta di “integrazione criminale” che si sta sempre più diffondendo, operando un sostanziale mutamento nella struttura sociale radicata nel territorio».

La sinergia tra compagini criminali italiane e straniere diventa affiatamento soprattutto nel traffico di droga.

L'Umbria non si fa mancar nulla e la gerarchia criminale è segnata: 1) i nordafricani sono generalmente dediti all'importazione ed alla cessione di rilevanti quantità di hashish; 2) gli albanesi sono dediti all'importazione ed alla successiva cessione a terzi di quantità anche rilevanti di cocaina e solitamente utilizzano quale “attività” di copertura imprese edili individuali; 3) i rumeni, oltre che al compimento di delitti contro il patrimonio, si indirizzano sul al “commercio al dettaglio” della droga.

Le strutture criminali italiane e straniere attive in questa regione sono molto attive nella tratta di esseri umani: l'Umbria si contraddistingue da almeno un decennio per essere territorio di destinazione finale della tratta soprattutto di giovani donne provenienti dai paesi dell'Europa dell'Est destinate poi alla prostituzione su strada e/o nei numerosi locali notturni della regione.

Moltissimi sono infatti (sia in termini assoluti che in termini percentuali rispetto alla vastità del territorio) i locali notturni all'interno dei quali le donne vengono impiegate formalmente come intrattenitrici o figuranti di sala e delle quali viene sfruttata la prostituzione su vasta scala. La varietà delle provenienze geografiche, delle rotte, delle modalità di ingresso (clandestino e non) poste in essere per garantire un continuo afflusso di giovani donne, le sinergie con organizzazioni estere che si occupano di fornire documentazione ed assicurare i trasporti, la stessa varietà dei sistemi di trasporto e delle successive sistemazioni logistiche delle donne, non consentono di delineare modalità di condotta omogenee.

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