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Casse vuote e dipendenti in Cig: i partiti ora vogliono tornare ai soldi…

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DOPO IL FLOP DEL 2XMILLE

Casse vuote e dipendenti in Cig: i partiti ora vogliono tornare ai soldi pubblici

Casse vuote, dipendenti in Cig, sedi costrette a chiudere, bilanci che continuano a chiudere in rosso e il finanziamento privato via due per mille miseramente fallito come hanno dimostrato i dati dell’Agenzia delle Entrate sul primo anno di sperimentazione.

Quale migliore congiuntura allora per ritentare l’assalto al forziere dei fondi pubblici? Il copione non ha lasciato spazio a sorprese.

Il ritorno a «un euro per ogni voto»
I primi in ordine di tempo sono stati i deputati di Sel: hanno presentato una proposta di legge «per l’istituzione del Fondo per il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici», gestito dall’Autorità anticorruzione. Il meccanismo è semplicissimo: un euro per ogni voto raccolto. Ma solo a chi riesce a eleggere «almeno un rappresentante nel Parlamento nazionale o europeo o in almeno tre consigli regionali». Il ddl prevede anche limiti al finanziamento privato: chi ha in essere concessioni con enti pubblici non potrà donare soldi a partiti, a fondazioni o a chi ricopra o abbia ricoperto nei dieci anni precedenti cariche elettive.

Primarie obbligatorie e fondo da 2 milioni
Al Senato ci ha pensato invece l’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, fan di lungo corso del finanziamento pubblico ai partiti, a farsi avanti. E a depositare un articolato che prevede primarie obbligatorie per scegliere i candidati alle europee, politiche e regionali e che istituisce, contestualmente, un fondo di due milioni di euro per realizzarle. Il ddl di Sposetti prende le mosse dalla volontà di dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione (e a giorni è atteso un analogo ddl a firma del vicesegretario dem Lorenzo Guerini) e stabilisce che le formazioni politiche debbano essere «associazioni riconosciute aventi personalità giuridica», con un atto costitutivo, uno statuto democratico e simboli «di esclusiva proprietà del partito». Tra i requisiti, i partiti dovranno rispettare quello del pluralismo interno (questione più che mai all’ordine del giorno oggi sia nel Pd che in Fi) con il «riconoscimento formale delle minoranze cui deve essere assicurata «la rappresentanza proporzionale in tutti gli organi collegiali». A votare potranno essere solo gli iscritti alle liste elettorali di un determinato collegio. Il comune sarà tenuto a dare i nomi degli elettori ai partiti che ne faranno richiesta in modo da poter controllare che chi va al seggio ne abbia effettivamente diritto ed evitare i contenziosi post-voto degli ultimi mesi. Per coprire le spese dei comuni sarà istituito un fondo di 2 milioni di euro.

I fondi
Facile immaginare dove i partiti vogliano attingere le risorse. Il decreto del governo Letta che istituì lo scorso anno il finanziamento ai partiti attraverso il 2xmille nella dichiarazione dei redditi, stabilì un decalage dei fondi pubblici con azzeramento a partire dal 2017. Contestualmente fissò dei fondi a copertura del 2 per milla: 7,75 milioni per il 2014; 9,6 milioni per il 2015; 27,7 milioni per il 2016 e 45,1 dal 2017. Ebbene nel 2014 di quei 7,75 milioni sono stati impegnati solo 300mila euro. Dunque rimane in cassa un tesoretto su quale prima o poi i partiti vorranno mettere le mani.

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