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Moscovici: prematuro parlare di flessibilità

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LA PARTITA CON BRUXELLES

Moscovici: prematuro parlare di flessibilità

È con un atteggiamento guardingo e prudente che la Commissione europea ha accolto ieri le prime linee-guida che il governo italiano vuole utilizzare per preparare nelle prossime settimane la Legge di stabilità per il 2016. C’è il desiderio da parte del ministero dell’Economia di utilizzare per quanto possibile la flessibilità concessa dalla nuova recente interpretazione del Patto di Stabilità e di Crescita, pur di concedere tagli alle imposte.
«Qualsiasi reazione dettagliata è oggi prematura», ha spiegato il commissario agli affari economici Pierre Moscovici durante una conferenza stampa qui a Bruxelles dedicata alle ultime decisioni della Commissione europea. «Valuteremo le proposte italiane sulla base delle nostre regole sulla flessibilità di bilancio». Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha confermato nei giorni scorsi che intende ridurre le tasse per un totale di 45 miliardi di euro tra il 2014 e il 2018.
Ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha fatto capire che intende finanziare i tagli fiscali attraverso una riduzione della spesa e minori sforzi sul fronte del risanamento, pur continuando a rispettare le regole europee di bilancio. L’Italia si è impegnata in un disavanzo nel 2015 del 2,6% del prodotto interno lordo. L’anno prossimo, il deficit dovrebbe scendere all’1,8%, ma l’obiettivo italiano è di fermarsi al 2,2% per evitare misure troppo restrittive.

Accetterà la Commissione europea questo ragionamento? È ancora presto per dirlo. Il ministro Padoan ha ragione quando afferma che l’Italia in questi mesi ha goduto di una immagine positiva a Bruxelles, ma la prudenza comunitaria (altri parlerebbero di pregiudizio) nei confronti dell’Italia è una caratteristica difficile da scalfire. Ieri Moscovici si è limitato a ricordare a grandi linee quali siano le regole sulla flessibilità di bilancio approvate dalla Commissione all’inizio dell’anno.
Un paese con un deficit inferiore al 3,0% del Pil, come è il caso dell’Italia, può rallentare la corsa verso il pareggio, purché la crescita sia negativa o inferiore al potenziale. Per il 2016, Bruxelles prevede una espansione dell’economia dell’1,4%, rispetto a una crescita potenziale di -0,1%. Un paese può inoltre presentare riforme strutturali importanti e tali da avere un impatto economico positivo per strappare la possibilità di deviare ulteriormente dagli obiettivi di deficit a medio termine.
Infine, le linee-guida pubblicate in gennaio prevedono che anche l’evoluzione del ciclo economico possa essere una circostanza attenuante nel valutare l’andamento del deficit. Alla luce di un output gap, vale a dire la differenza tra crescita potenziale e crescita reale, di -2,0%, il paese sarebbe chiamato a un aggiustamento del deficit strutturale dello 0,5% del Pil, meno quindi dello 0,75% richiesto in circostanze buone da uno stato membro con un debito elevato.

Nel pubblicare in maggio le sue raccomandazioni, Bruxelles aveva dato un benestare di massima a un aggiustamento ridotto dello 0,1%, sulla base delle linee-guida relative alla flessibilità di bilancio, ma aveva avvertito il governo Renzi del “rischio di una qualche forma di deviazione” (si veda Il Sole/24 Ore del 14 maggio). Allora, l’avvertimento era di prammatica, in attesa di una Finanziaria che verrà presentata in settembre. Tuttavia, è chiaro che già in primavera Bruxelles si voleva prudente.
La partita è tutta da negoziare. Tagli alle imposte sono possibili, anzi favoriti da Bruxelles; ma devono essere finanziati da tagli alla spesa e associati a riforme economiche convincenti. Peraltro, lo sguardo dell’esecutivo comunitario è anche rivolto all’elevato debito pubblico, oggetto di particolare monitoraggio per squilibrio eccessivo. Dall’anno prossimo, l’Italia dovrebbe aggredire l’indebitamento con riduzioni annue in teoria pari a un ventesimo dell’eccesso di debito.