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Dossier Senza padrini in Sicilia

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Senza padrini in Sicilia

Due fratelli accomunati dal silenzio della terra in cui sono nati, dal sangue della cultura mafiosa e dalla parola: scritta su un giornale o strillata da una radio. Due fratelli – forse si saranno conosciuti, forse no – che hanno varcato il confine dei ricordi dopo che il sangue dei morti ammazzati si è sedimentato faticosamente nella loro memoria e in quella degli italiani.

Due fratelli che hanno trovato la forza di mettere nero su bianco i loro ricordi e le sconfitte di una società. Che entrambi, poi, avessero radici nel comunismo più o meno rosso è un dettaglio che oggi scolorisce agli occhi di una sinistra che non sa riconoscere il proprio presente, figuriamoci il passato, di cui si bea ma spesso ignora. I loro nomi sono Giovanni Impastato, fratello di Peppino e Alberto Spampinato, fratello di Giovanni.
L'uno e l'altro hanno raccontato le vite di due Uomini uccisi prima ancora che dall'attività giornalistica e dagli ordini dei boss, mafiosi e non, ai quali davano fastidio, dal silenzio di una terra – la Sicilia – che ha partorito divinità e mostri, sempre dal volto umano. Una terra che ha visto piantare tante croci nei cimiteri dopo aver condiviso le delizie effimere della rivolta alla mafia e alle Istituzioni deviate da parte di chi poi, su quelle croci, avrebbe visto scrivere il proprio nome.
Giovanni Spampinato era un cronista de «L'Ora» di Palermo, un giornale di sinistra che ha forgiato, in una stagione irripetibile, una generazione irripetibile di giornalisti. Tra questi Giovanni che da Ragusa – provincia “babba”, indolente, solo per chi non aveva occhi per vedere – negli anni Settanta tentava di cucirsi addosso l'abito giornalistico di un missionario laico, come avrebbe fatto più tardi il fratello Alberto, che oltre a raccoglierne l'eredità – prima a «L'Ora» e poi all'Ansa dove è quirinalista – ne ha raccolto per sempre anche gli affetti più cari, a partire da Emanuela, che la morte di Giovanni aveva strappato al loro fidanzamento. Emanuela e Alberto Spampinato con il matrimonio hanno vivificato per sempre “Giovanni fratello e fidanzato” ma, da quella morte, Alberto non si è più ripreso.
Nelle pagine del suo libro che si ripropone in questa Collana, sereno ma non rasserenante, Alberto spiega la morte – quella apparente e quella invisibile – di Giovanni, che aveva ficcato il naso e intinto la penna laddove non doveva. Da ultimo raccontando e seguendo il misterioso assassinio di un ingegnere, dietro il quale si intrecciavano le radici ragusane dell'estremismo di destra che avevano avvolto e nascosto il bombardiere nero Stefano Delle Chiaie e le mille coperture garantite al figlio del giudice Campria, già aspramente criticato in quegli anni dalla Commissione parlamentare antimafia. Fu proprio Roberto, verosimilmente legato a quell'omicidio misterioso e figlio del presidente del Tribunale di Ragusa, Saverio Campria, a uccidere il 27 ottobre 1972, con sei colpi a bruciapelo, Giovanni Spampinato, prima di costituirsi, impasticcato di tranquillanti, presso il locale carcere.
Giovanni Spampinato non fu ucciso, però, solo da una pistola ma, innanzitutto, da una cultura mafiosa che al fratello si rivelerà più tardi, molto più tardi, nel 2005, quando udì risuonare il nome di Giovanni nel rosario dei quasi 700 morti per mafia dal 1893. «Capii solo allora – scrive Alberto Spampinato – che non era arbitrario chiamare mafia quel miscuglio di insabbiamenti, depistaggi, contrabbando, traffici illeciti, trame nere, oscuri moventi, sentenze di favore». Eccola, dietro la morte apparente, la morte invisibile di suo fratello.
Il risveglio di Alberto Spampinato – dato da quell'improvviso ma poi ripetuto risuonare del nome del fratello morto per mano di una cultura mafiosa – solo allora si sposa a un altro risveglio: quello della coscienza. Alberto Spampinato capisce, aiutato dal tempo e dagli eventi, che quella cultura, quell'intreccio perverso di poteri forti, oscuri e deviati che si alimentano e si sostengono l'un con l'altro – dalla magistratura alla politica, dal giornalismo alla Chiesa – sono ancora oggi la linfa mortale che avvelena Ragusa e la Sicilia intera dove la società, spesso, preferisce voltarsi dall'altra parte. Non solo per omertà, paura, rassegnazione e vigliaccheria, ma anche perché le cose sono così. Punto. Come Alberto scopre quando un suo coetaneo e conoscente svela nel corso di una riunione commemorativa a Ragusa, particolari importanti sulle scoperte giornalistiche del fratello Giovanni. «Provai una stizza di rabbia... poi ho capito: era stato saggio a tacere. Aveva capito meglio di me, che mi ostino a non trarre le conclusioni, come vanno le cose nel nostro Paese, in particolare in alcune parti del nostro Paese, che sembrano soggette a una legislazione a sé». Lo stesso tipo di riflessione e rassegnazione tocca nel profondo Giovanni Impastato, fratello di Peppino, leader carismatico di Radio Aut, che da quelle frequenze spargeva a piena voce la cultura dell'antimafia contro quella cultura mafiosa che aveva permeato la sua famiglia e che sopravviverà alla morte di Impastato e a troppe altre morti, con depistaggi, insabbiamenti e omertà. Peppino Impastato – per ordine del boss Tano Badalamenti – morirà, trucidato da una miscela esplosiva di tritolo, silenzio e connivenze, il 9 maggio 1978.
Morì perché aveva parlato troppo. Sei anni prima Giovanni Spampinato era morto perché aveva scritto troppo. Entrambi sono morti perché la Sicilia, l'Italia, poco avevano ascoltato, poco avevano letto ma, soprattutto, poco avevano condiviso. Ieri, come oggi.

r.galullo@ilsole24ore.com

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