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La «questione morale» spacca le toghe

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La «questione morale» spacca le toghe

  • –Donatella Stasio

ROMA

Magistrati divisi sulla «questione morale». Mentre ieri la Sezione disciplinare del Csm ha dovuto esaminare altri due casi di toghe sotto processo penale per reati che vanno dalla corruzione alla concussione - l’ex pm di Santa Maria Capua Vetere Donato Ceglie, trasferito prima a Napoli e poi a Bari, e Corrado D’Ambrosio, giudice a Napoli, per i quali il ministro della Giustizia e il Pg della Cassazione hanno chiesto, rispettivamente, la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio e il trasferimento in altra sede - sabato scorso l’Anm ha approvato, sì, un documento sulla «questione morale», ma si è spaccata.

Il testo è stato elaborato a dicembre dopo lo scandalo della gestione dei beni confiscati alla mafia in cui è coinvolta Silvana Saguto, l’ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, sospesa dalle funzioni e dallo stipendio. Prevede sia modifiche statutarie e del Codice etico dell’Anm, come il «divieto di accettare regalie sotto qualunque forma» e la «decadenza automatica dell’associato sottoposto alla misura cautelare penale o disciplinare della sospensione dalle funzioni» sia interventi del Csm e del legislatore sull’organizzazione degli uffici e sulla responsabilità di chi svolge incarichi direttivi. Il risultato finale è frutto di un compromesso tra Area (la corrente progressista dell’Anm) e Unicost (la corrente di centro), poiché quest’ultima ha chiesto di eliminare alcune previsioni ritenute eccessive. Ma, pur in questa versione ridotta, è stato votato soltanto in parte da Magistratura indipendente (Mi), la corrente di centrodestra. Nettamente contrarie, invece, Proposta B e Autonomia e indipendenza (fondata dal giudice Piercamillo Davigo): entrambe contestano il documento perché, ha spiegato sabato Sebastiano Ardita, Procuratore aggiunto a Messina e numero due di Ai, «la questione è mal posta»: vicende come quelle di Palermo, pur nella loro gravità, sono questioni penali o disciplinari, non morali. Ardita ha spostato quindi il baricentro della «questione morale» su altri fatti, dal correntismo al corso della Scuola della magistratura sulla «giustizia riparativa» cui erano stati invitati (come testimoni) i due ex terroristi Faranda e Bonisoli e alcune vittime degli “anni di piombo” (Moro, Rossa, Milani), partecipazione poi annullata per le polemiche di alcune toghe e per la richiesta del Comitato di presidenza del Csm.

«Quella vicenda è un fatto gravissimo, enorme, di questione morale, che offende la nostra memoria molto più di altri fatti, pur gravi, che vanno comunque repressi - ha detto Ardita -. Il corso è rientrato, ma chi ha pagato per questi errori? Chi ha pagato per aver osato portare nel luogo sacro della formazione dei magistrati persone che hanno concorso a uccidere i nostri colleghi? C’è stata una sanzione di qualche tipo? Il Csm ha svolto un’attività di vigilanza oppure abbiamo scherzato?» ha rincarato la dose. Parole che scavano un solco, culturale e di sensibilità, con Area: Alessandra Camassa, presidente di sezione del Tribunale di Trapani, ha definito «discorsi improntati al benaltrismo» quelli di Ardita, che non vede una «questione morale» nei fatti di Palermo. «Non si può svalutare ciò che è accaduto - ha obiettato con forza Camassa - perché ha creato un danno enorme all’onorabilità dei colleghi palermitani e all’immagine di tutta la magistratura».

Insomma, la «questione morale», invece di unire, rischia di diventare un’arma impropria. E proprio a poche settimane da un altro atteso appuntamento: le elezioni per il rinnovo dei vertici dell’Anm.

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