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Perché in Italia i laureati vivono più a lungo di chi non ha…

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Perché in Italia i laureati vivono più a lungo di chi non ha studiato?

Oltre cinque anni di vita in più per i maschi, quasi tre anni per le femmine. In termini di speranza di vita, questo è il valore della laurea rispetto alla licenza elementare o all’assenza di titolo di studio. A rivelarlo è l’interessantissimo studio Istat Diseguaglianze nella speranza di vita per livello di istruzione, il primo del genere mai redatto in Italia.

Dal 1974 ci hanno regalato dieci anni di vita
Intanto va premesso che, negli ultimi quarant’anni, in tutto l’Occidente la vita si è allungata, grazie soprattutto alla diminuzione della mortalità nella fascia di età oltre i 65 anni. Fra il 1974 e il 2014, in Italia la vita media è cresciuta di 10,7 anni per gli uomini e di 9,3 anni per le donne. Da qui il grande incremento della popolazione anziana, con le sue esigenze, e la necessità di mettere mano alle regole del sistema pensionistico.

Una laurea allunga la vita
Lo studio Diseguaglianze nella speranza di vita per livello di istruzione ha poi confermato che - come in tutti i Paesi occidentali - anche in Italia le persone più istruite vivono più a lungo. Nel 2012, l’attesa di vita dei laureati era di 5,2 anni superiore rispetto agli uomini con licenza elementare o senza titolo (77,2 contro 82,4). Per le donne la differenza si dimezza (2,7 anni), ma è pur sempre rilevante (83,2 contro 85,9). Queste differenze diminuiscono con il crescere dell’età, ma restano comunque significative. A 65 anni (l’età classica della pensione), un uomo laureato può aspettarsi di vivere 2,2 anni in più rispetto a un suo coetaneo con licenza elementare, una donna laureata 1,3 anni in più. Nota interessante: a tutte le età, le differenze per titolo di studio della speranza di vita sono doppie per i maschi rispetto alle femmine.

Le possibili spiegazioni
Non c’è una spiegazione scientifica a questo fenomeno, anche perché l’Istat non ha ancora pubblicato i dati dettagliati per causa di morte. «La maggiore discriminazione degli uomini rispetto alle donne potrebbe indicare che le differenze siano dovute in parte alle differenze occupazionali - spiega su Neodemos.info Gianpiero Della Zuanna, ordinario di Demografia presso il Dipartimento di scienze statistiche dell’Università degli Studi di Padova ed ex consulente del ministero per le Politiche per la famiglia - : dopo una certa età buona parte delle donne fa la casalinga, a prescindere dal titolo di studio, mentre una parte significativa degli uomini con basso titolo è impegnato in lavori faticosi e oggettivamente esposti al rischio di infortuni, a differenza di quanto accade per le donne». Bisognerà poi comprendere quanta parte di queste differenze siano dovute al diverso accesso alle cure e ai diversi stili di vita, continua Della Zuanna: come si mangia, quanto e cosa si beve, se si fuma e così via) . «Infine, parte della posizione molto sfavorita delle persone giovani con licenza elementare potrebbe essere dovuta al fatto di essere un gruppo molto selezionato e deprivato. Infatti, a partire dai nati negli anni Sessanta, gli italiani con la sola licenza elementare o addirittura senza nessun titolo di studio sono meno del 10%, quando erano ancora più del 50% fra i nati nei primi anni Quaranta».

Un sistema pensionistico da “correggere” in base ai titoli di studio?
Questi risultati dovrebbero consigliare di rettificare il sistema pensionistico, riflette Della Zuanna. «Infatti oggi la definizione dell’età all’uscita non tiene conto delle differenze per titolo di studio e per classe sociale, e per questo motivo, paradossalmente, i più poveri e i meno istruiti si trovano a pagare parte delle pensioni dei più ricchi e dei più istruiti». Senza intaccare l’equilibrio del sistema, l’età all’uscita potrebbe quindi essere modificata, abbassandola per le persone meno istruite e alzandola per quelle con un’educazione superiore. «Non è un’operazione semplice, ma credo sia una doverosa azione di equità, e i dati pubblicati dall’Istat la rendono effettivamente possibile», conclude il docente di demografia.

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