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La direttrice del restauro, Gisella Capponi: «Ecco le scoperte che…

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il ritorno del colosseo

La direttrice del restauro, Gisella Capponi: «Ecco le scoperte che ci hanno emozionato»

Gisella Capponi
Gisella Capponi

Per mesi, sotto il sole e la pioggia, guardando dall’alto le file di turisti impazienti di entrare, i restauratori del Colosseo hanno vissuto accanto a quelle pareti di travertino annerite dal tempo e dallo smog della Capitale. Un lavoro duro, ma pieno di emozioni: «I tempi erano strettissimi e la superficie da trattare di oltre 13mila metri quadrati - racconta l’architetto Gisella Capponi, direttore dei lavori di restauro del Colosseo e dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma - . Anche se il monumento è così grande, abbiamo lavorato con strumenti minuscoli, spatoline, spazzolini da denti. È stato molto difficile, perché si tratta di tecniche usate per oggetti molto piccoli. Ma una volta rimossi i depositi e l’annerimento, che lo facevano sembrare un rudere, abbiamo apprezzato la sua magnifica architettura, la bellezza delle sue paraste, dei suoi capitelli...».

Ha diretto i lavori che hanno portato il monumento a vita nuova
Siamo nella cavea del Colosseo, sopra agli ipogei che saranno oggetto della seconda parte dell’intervento di restauro finanziato dal gruppo Tod’s con 25 milioni di euro a partire dal 2011, che però l’architetto Capponi non seguirà direttamente. Resta l’orgoglio di aver diretto dei lavori che hanno riportato il monumento a una nuova vita: «Abbiamo seguito le linee del “restauro all’italiana”, dunque riportato la superficie al suo colore, ambrato, ma mantendendo insieme i segni del tempo. Uno dei più grandi contributi della scuola italiana del restauro è stato unire le competenze dei resturatori di dipinti a quelle dei resturatori di pietre, cosa che permette ai nostri operatori di raggiungere un livello altissimo», prosegue l’archietto.

Heydi: lavorare qui è stata un’emozione enorme
Uno di questi operatori è Heydi, 33 anni, che indossa il casco e la polo blu degli operatori di Aspera, la società che si è occupata del restauro, ed è una diplomata dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, presente anche lui all’evento, ha appena scattato una foto con lei, che ci confida: «Per me lavorare qui è stata un’emozione enorme, mi resterà sempre nel cuore. E arricchirà molto il mio curriculum» .

Un restauro emozionante
Di emozioni ne ha provate anche l’architetto Capponi, come quando «nella parte sud abbiamo visto da vicino, per la prima volta, il dipinto e un rilievo di un Cristo del Trecento, risalente all’epoca in cui il Colosseo era stato “lottizzato” fra confraternite. Oppure, quando ci siamo resi conto che tutti gli intonaci interni erano armati con dei chiodini, un lavoro minuzioso, di altissima qualità. Un’altra bella scoperta ha riguardato la parte crollata in seguito al terremoto del Settecento, e restaurata da Raffaele Stern, dove le pietre in realtà si sono incastrate da sole in quel modo». «Ho pensato anche molto a tutti coloro che nei secoli avevano disegnato e studiato il Colosseo, per esempio durante il Rinascimento», spiega, mostrando un fascicolo con la minuziosa mappatura del monumento, accanto a ogni pietra un colore, una sigla, a indicare un materiale, un intervento, un problema.

Difficile da lavorare la parte colpita dall’incendio poco dopo l’anno Mille
«Una delle parti più difficili da lavorare è stata quella colpita da un incendio poco dopo l’anno Mille - prosegue -: le pietre lì si sono calcinate e i molti perni di ferro che erano stati messi lì si sono ossidati. Ora i perni che abbiamo usato per il restauro sono di fibra di basalto, dunque in pietra, pertanto hanno le stesse caratteristiche della pietra nella quale si inseriscono».

Capponi si è occupata anche del restauro della Torre di Pisa
Capponi ha nel curriculum anche i restauri della Chiesa di Santa Croce a Lecce, dell’Arco di Costantino a Roma, e appena prima di essere coinvolta nell’avventura del Colosseo aveva curato i lavori alla Torre di Pisa, «un’esperienza che ho portato subito a Roma». Un dialogo fra monumenti, dunque, anche se in realtà in questi mesi uno dei dialoghi più importanti per l’architetto è stato con un altro tipo di interlocutore: «Avevo scelto i “tassinari”, i tassisti di Roma, come fonte per capire se eravamo sulla strada giusta - sorride -: loro hanno il polso della città, ascoltano i residenti e i turisti, gli chiedevo dunque che opinioni avessero raccolto. Erano tutti entustiasti, tutti. E ho capito che avevamo fatto un buon lavoro».

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