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Tre paesi distrutti ma la gente vuole restare

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Tre paesi distrutti ma la gente vuole restare

L’interno della Chiesa di Sant’Antonio a Visso. (Ap)
L’interno della Chiesa di Sant’Antonio a Visso. (Ap)

Dal parco dei Monti della Laga e del Gran Sasso, in cui annegava Amatrice, a quello dei Monti Sibillini. Visso è alla fine di 80 chilometri di zigzag attraverso le meraviglie dell’autunno marchigiano: colline leopardiane, foglie di vigne giallo senape che appassiscono al sole, nuvole michelangiolesche che si rincorrono in un gioco infinito di luci e di colori. Fino a Matelica, il paese del verdicchio che diede i natali a Enrico Mattei, del sisma non c’è traccia.I primi incolonnamenti di mezzi dell’Esercito e dei Vigili del fuoco annunciano l’ingresso in una zona in cui l’emergenza non è ancora conclamata.

A Pieve Torina, pochi chilometri da Visso, appare la diramazione per Colfiorito, uno degli epicentri del terremoto del 1997. Una potenza di magnitudo 6.1 che provocò 11 morti e cento feriti. Un sisma gemello di quello che ieri sera ha trasformato le zolle grasse della terra marchigiana in un oceano in tempesta: «Eravamo nel parcheggio e mi sembrava di stare con i piedi sulle onde del mare» ha detto il sindaco di Castelsantangelo sul Nera Mauro Falcucci, lontano parente della ministra Franca Falcucci, primo ministro donna della Repubblica alla Pubblica istruzione.

Castelsantangelo, Visso e Ussita sono un unico paese spaccato in tre per le rivalità e le gelosie che percorrono le piccole comunità italiane; di ceppo longobardo e poi una volta con i Guelfi, un’altra con i Ghibellini. Per chi arriva da Fabriano, sfiorando il perimetro dei monumentali stabilimenti della Indesit e dell’Ariston, simboli dell’epopea dei fratelli Merloni e dei metalmezzadri marchigiani, un ibrido antropologico, Visso si materializza con le sue tre torri medievali in cima a un poggio rimaste intatte malgrado la doppia scossa di mercoledì sera. Nel cuore del paese, il Nera, principale affluente del Tevere, scorre placidamente sotto i ponti in pietra, pure loro sopravvissuti a secoli e secoli di terremoti. Il resto fa parte del sinistro campionario che solo un terremoto è capace di dispiegare: muri crollati, massi precipitati dalle colline che ingombrano le strade, case lesionate a morte e intrappolate da una ragnatela di crepe, donne con gli occhi persi nel vuoto che allo stesso tempo cercano e sfuggono lo sguardo degli intrusi. Liliana aspetta la figlia davanti un ristorante, il chilometro zero di via Cesare Battisti, con gli agnolotti al pomodoro ormai plastificati appiccicati al piatto e un gatto con il pelo fulvo che scansa i bicchieri frantumati caduti dagli scaffali. Facile immaginare quei volti, dal sorriso al terrore in pochi secondi. Liliana ripete: «Siamo vivi per miracolo, ma la casa è distrutta».

Visso è distrutta, Castelsantangelo è distrutta, Ussita è distrutta. Le case hanno fatto il loro mestiere, dopo aver resistito alla scossa dal 24 agosto: hanno salvato chi ci stava dentro ma si sono disintegrate. Le ristrutturazioni dopo il sisma del '97 come scelte salvifiche. Una tesi che il sindaco Giuliano Pazzaglini, infilato in una tuta giallo fluorescente della Protezione civile con un cappello di lana in testa, ripete ai suoi concittadini riuniti attorno alla cucina da campo dove l’Esercito sforna di continuo penne al pomodoro. Le alternative sono teoricamente tre: accettare il contributo all’autonoma sistemazione, migrare negli alberghi di Civitanova Marche o rientrare nelle pochissime case che risulteranno agibili. «Se la maggioranza deciderà di andare a Civitanova, bambini e ragazzi potranno proseguire l’anno scolastico con i loro professori» aggiunge per essere più convincente. Il popolo che lo ascolta è fatto di pochissimi giovani e tanti anziani. I volti dei più vecchi, che deambulano ondeggiando infagottati in giacconi di due taglie più grandi e scarpe usurate, raccontano da soli un secolo di storia patria marchigiana. Inevitabile che la stragrande maggioranza decida di andare a Civitanova Marche, dove li aspetta, arringa il sindaco che nella vita fa il promotore finanziario, «un letto caldo». Argomenti attraenti, soprattutto mentre procede il martellamento tellurico: nello sciame di ieri spicca il 4.4 di ieri mattina, seguito dal 2.6 e il 3.3 di magnitudo nei dintorni di Norcia. Una sequenza che si è chiusa temporaneamente alle 19.25 con una botta di 4.3. Tra Visso e Norcia ci sono meno di trenta chilometri. Una distanza nulla quando si parla di terremoti. Il tempo stringe: i mille abitanti intirizziti dal freddo e dalla paura devono prendere una decisione che condizionerà la loro vita per i prossimi anni. Pazzaglini conferma la teoria di Vasco Errani: «Per le case di legno ci vorranno sette mesi». Un arco temporale che alla vigilia dell’inverno sembra appartenere a un’altra era geologica.

Alessandro Morani, un 43enne che gestisce un negozio di telefonia, si fa portavoce dei dubbi che tormentano tutti: «Ma perché sette mesi per avere le casette di legno? Non basterebbe coinvolgere tutti i produttori italiani e suddividere la commessa in parti uguali?». Alessandro ce l’ha con i sindaci, che negano i permessi a coloro che vogliono organizzarsi autonomamente. A Visso come ad Amatrice. Insiste: «Dicono che sarebbe abusivismo, ma se siamo quattro gatti? Io di qui non me ne vado, a costo di restare in tenda fino alla prossima primavera».

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