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Voluntary bis per 27mila contribuenti

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Voluntary bis per 27mila contribuenti

  • –Marco Mobili

ROMA

La riedizione della voluntary disclosure dovrebbe interessare almeno 27.090 contribuenti, per portare nelle casse dello Stato 1,6 miliardi di euro divisi in due famiglie: un miliardo dall’emersione dei capitali che non hanno partecipato alla prima versione e 600 milioni da contante e valori al portatore.

Quando si guarda ai valori assoluti, come mostra la tabella che pubblichiamo qui a fianco, il panorama della legge di bilancio è naturalmente dominato dai 15,1 miliardi dedicati al nuovo blocco degli aumenti Iva che sarebbero stati prodotti dalla clausola di salvaguardia. Clausola che, in ogni caso, è solo rinviata, e per l’effetto trascinamento l’ipoteca sulla manovra 2018 sale fino a sfiorare quota 19,6 miliardi.

Una fetta consistente delle coperture arriva dai 12 miliardi di deficit aggiuntivo messi in calendario per il prossimo anno, ma anche il fisco gioca la sua parte. Oltre allo spesometro trimestrale per combattere l’evasione Iva, cifrato però nel decreto fiscale, è proprio la voluntary-bis ad avere un ruolo chiave, anche se alleggerito rispetto ad alcune previsioni della vigilia.

Le stime «prudenziali» della relazione tecnica tracciano infatti confini tutto sommato ristretti per la replica dell’emersione. Certo, dopo una prima edizione di successo con 129mila adesioni e 3,8 miliardi di maggiore imposta il bis punta necessariamente a obiettivi più modesti: la polemica sulla «sanatoria» del contante, che ha fatto cadere l’ipotesi di aliquota al 35% circolata nelle prime bozze della manovra, ha comunque contribuito parecchio a sgonfiare il filone finora meno battuto dalla collaborazione volontaria, con la conseguenza facile da prevedere che anche in questo giro la liquidità non sarà protagonista. A blindare i conti in caso di gettito ancora inferiore interviene la clausola di salvaguardia che taglia in automatico le spese ministeriali, al posto del meccanismo che avrebbe aumentato le accise ma non è più consentito dalle nuove regole del bilancio (si veda l’articolo a pagina 2).

Nella classifica delle coperture fiscali della manovra, allora, la voluntary bis arriva ex aequo con la stretta sull’Ace, l’incentivo fiscale alla crescita economica. Il taglio drastico del rendimento nozionale, che passa dal 4,75% attuale al 2,3% del prossimo anno prima di risalire di poco (al 2,7%) a partire dal 2018, vale per il bilancio pubblico 1,595 miliardi, quindi pochi spiccioli meno rispetto alle attese della nuova voluntary. A completare il quadro interviene poi un capitolo fisso delle misure fiscali nelle manovre, la proroga per le rivalutazioni di terreni e partecipazioni: questo bancomat, calcola la Ragioneria generale, porterà il prossimo anno 320 milioni aggiuntivi. Per sentire gli effetti della lotteria chiamata a invogliare i consumatori a chiedere lo scontrino per partecipare alla riffa fiscale bisognerà invece aspettare il 2018: l’idea vale 77 milioni, se gli italiani mostreranno di apprezzarla almeno quanto i portoghesi, che già l’anno sperimentata.

Ma nella manovra 2017 il fisco dà, oltre a pretendere. La mossa principale da questo punto di vista è rappresentata dall’Iri, l’imposta sul reddito individuale che toglierà dall’Irpef i redditi che i titolari di società di persone e imprese individuali lasceranno in azienda: tassare con l’aliquota piatta del 24% questi guadagni, secondo le previsioni del ministero dell’Economia, significa un taglio di tasse da 1,2 miliardi per il prossimo anno.

Alle imprese ancora più piccole, in contabilità semplificata, si rivolge invece il regime per cassa, che misurerà le imposte dirette e l’Irap in base appunto a quanto incassato e non al fatturato. In termini strutturali il cambio di passo è ovviamente neutro per il bilancio pubblico, sulla base del presupposto che tutte le fatture siano prima o poi pagati, ma la modifica cambia il calendario delle entrate. Applicata dall’anno d’imposta 2017, la novità dovrà portare secondo le previsioni dell’Economia 1,3 miliardi in più nel 2018, e 553 milioni in meno nel 2019 prima di assestarsi dall’anno successivo.

Solo dal 2018 si faranno sentire sulle casse delle imprese anche gli effetti benefici del rilancio degli ammortamenti super (140%) e iper (250%) sui loro investimenti, anche se in termini di competenza per il bilancio statale l’alleggerimento fiscale parte dal 2017: l’anno prossimo varrà 646 milioni, per salire fra 1,37 e 1,5 miliardi all’anno fra 2018 e 2021 prima della discesa successiva. Significativi anche gli effetti finanziari (727,1 milioni all’anno di cassa) della nuova tornata di crediti d’imposta per ricerca e sviluppo.

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