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L’eco di Brexit e Trump, Renzi punta alla «maggioranza…

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L'Analisi|IL FOCUS

L’eco di Brexit e Trump, Renzi punta alla «maggioranza silenziosa»

A ciascuno la “sua” Brexit, il “suo” Trump. La politica italiana vive la campagna referendaria cercando la luce riflessa delle due elezioni più dirompenti e in questa gara si è buttato Renzi. Con il colpo di teatro sul primo veto al bilancio europeo, prova a incarnare - anche lui - il malessere anti-establishment di cui l'Europa rappresenta un pezzo. Ed è una carta quasi obbligata per il premier: sintonizzarsi con un'onda popolare/populista che punta a destabilizzare alcuni “sistemi”, come la Ue, giudicati socialmente troppo onerosi .
Lanciato come un “veto”, poi corretto come anticamera di un veto è comunque la prima volta che l’Italia assume un ruolo di contrapposizione in Europa. Colpa del referendum e della campagna in corso, certo, ma soprattutto dei risultati delle ultime due elezioni – Brexit e Trump - che hanno cambiato i connotati di quella che ancora ieri Renzi chiamava “maggioranza silenziosa”. E se in Gran Bretagna e in America questa maggioranza si è rivoltata contro l’establishment e contro gli assetti consolidati, è possibile che accada lo stesso anche da noi. La battaglia di Renzi con Bruxelles sembra avere queste caratteristiche.

Quelle di correggere quell’equazione referendaria che forse non è più vincente per il popolo: quella di un “sì” uguale stabilità quando invece quello che è entrata nel mirino di un’onda popolare/populista è proprio la solidità di alcuni assetti. E quindi quel veto – ieri – sia pure non ancora definitivo voleva avere un effetto destabilizzante. Una scossa al “ramo” europeo a cui nessuno sembra voler rimanere più aggrappato. Bruxelles è diventato ormai un luogo vissuto come troppo oneroso socialmente, quello dove si “scarica” sull’Italia l’emergenza migranti e dove nessuno si fa carico del tema disoccupazione, povertà, sviluppo economico. E di quel luogo il premier non vuole più far parte anche perché ormai in Italia non sono rimasti più paladini d’Europa, se non una ristretta minoranza.

C’è dunque una ragione immediata, diretta, che ha a che fare con il malessere sociale italiano, che con l’immigrazione incrocia anche il tema della sicurezza e del disagio sociale. Questa è la valenza elettorale di un atto come quello di ieri. Ed è infatti finito nel tritacarne dell’opposizione che non ha criticato il merito della decisione del Governo Renzi ma la credibilità del gesto. L’hanno considerato, appunto, solo come un colpo di teatro nella campagna elettorale. «Minaccia i veti ma dice sempre sì», lo accusava Salvini. È solo un bluff ribattevano i 5 Stelle imputando al premier di aver ridotto l’Italia a una colonia dell’Europa. Insomma la gara è tutta nel perimetro dell’anti-europeismo anche se Renzi dice di essere la “terza via” tra la Lega e Monti.

E c’è poi anche l’altra ragione, più simbolica, in questo attacco. Ed è quella che attraverso Bruxelles Renzi prova a incarnare quella voce anti-sistema e a fuggire dall’immagine di establishment a cui lo lega il suo ruolo a Palazzo Chigi. «Vedo Salvini fare il pavone perchè in Michigan o in Ohio ha vinto Trump. Ma chi è il cambiamento e chi è il “sistema” in Italia?», chiedeva il leader Pd al comizio di ieri. Questa è la vera domanda di questa campagna referendaria, la sfida è qui. E ciascuno rimbalza la risposta sul “sì” o sul “no”. Anche a questo serve l’Europa nel duello italiano del premier. A declinare una svolta, a rompere con il passato, a continuare a proiettare sull’Italia l’immagine di se stesso come rottamatore.

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