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Italicum, la Consulta deciderà il 24 gennaio

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legge elettorale

Italicum, la Consulta deciderà il 24 gennaio

La decisione della Consulta sull’Italicum arriverà il 24 gennaio prossimo. Il giorno tanto atteso per le sorti della legge elettorale è stato comunicato ieri con una nota stampa in cui si legge che a fissare l’udienza per quella data è stata «la Corte costituzionale», mettendo così l’accento sulla collegialità di una decisione che, formalmente, rientra nei poteri tipici del presidente della Corte.

Non è un dettaglio insignificante, come peraltro emerge dal confronto con la nota diffusa da Palazzo della Consulta il 19 settembre scorso, quando l’udienza del 4 dicembre fu rinviata a dopo il referendum. Allora, infatti, venne scelta la formula «Il presidente della Corte costituzionale, sentito il collegio, ha deciso di rinviare...» mentre la formula scelta ieri sottolinea che si tratta di una decisione presa collettivamente e non solo dal presidente Paolo Grossi, sia pure consultanto il collegio. Quasi che ciascuno dei 14 giudici costituzionali abbia assunto su di sé la responsabilità della scelta, destinata in ogni caso a suscitare polemica. Come dimostra la reazione del leader della Lega Matteo Salvini, secondo il quale «è una follia, una cosa incredibile, fuori dal mondo, che la Consulta si prenda un altro mese e mezzo di tempo e decida il 24 gennaio». A differenza di chi non ha fretta, i fautori del voto anticipato “a razzo” (Renzi e Alfano hanno ipotizzato addirittura febbraio) avrebbero voluto un intervento altrettanto a razzo della Corte, visto che quel che uscirà da Palazzo della Consulta sarà un sistema elettorale che sta in piedi da sé, sia per la Camera che per il Senato, e che quindi garantirà il ricorso alle urne. Tuttavia, non si tiene conto che la Corte, nella fissazione dell’udienza sull’Italicum, doveva tener conto di una serie di esigenze: anzitutto acquisire anche l’ordinanza del Tribunale di Genova, per non correre il rischio di lasciar fuori alcune contestazioni non contenute nelle altre tre ordinanze (Tribunali di Messina, Torino, Perugia) ed essere costretta a tornare sull’Italicum in un secondo momento (per acquisire Genova sono stati persino accorciati i tempi tecnici previsti dalla legge); garantire il più ampio contraddittorio (consentendo agli avvocati ache memorie aggiuntive alla luce dell’esito del voto referendario); trovare uno spazio adeguato nelle udienze già fissate fino a marzo. Dunque, una data quasi obbligata. Se si fosse anticipato ai primi di gennaio, restava fuori Genova.

A questo punto, semmai, la domanda è: farà prima la Consulta o prima il Parlamento a cambiare la legge elettorale? Vista l’eterogeneità delle proposte in campo e degli interessi politici in gioco, sembra difficile che, di qui al 24 gennaio, il Parlamento approvi una modifica dell’Italicum. Se però accadesse, il verdetto della Corte sarebbe superato nei fatti e si andrebbe al voto con la legge varata dalle Camere. Così come non è da escludere, in linea teorica, che se il Parlamento arrivasse a ridosso del 24 gennaio con un testo approvato almeno da una delle due Camere, la Corte possa far slittare la propria decisione per motivi di «leale collaborazione istituzionale», sempre che dietro la corsa del Parlamento non si nasconda una volontà politica di fare melina. Certo è che il verdetto della Consulta - che si farà carico di garantire la coerenza dei sistemi elettorali di Camera e Senato, e quindi la governabilità - non solo starà in piedi da sé ma, in ogni caso, conterrebbe indicazioni preziose per il legislatore. Così come, del resto, le conteneva la sentenza del 2014 che bocciò il Porcellum, ritagliando da quel testo una legge (battezzata Consultellum) comunque applicabile in caso di elezioni. I giudici costituzionali, infatti, sono tenuti ad assicurare - in questi casi - la funzionalità e continuità dell’organo istituzionale (nella fattispecie, del Parlamento).

Allo stato sembra più realistico che, se si andrà a un voto anticipato, le regole saranno quelle fissate dalla Consulta il 24 gennaio (la bocciatura, sia pure parziale, dell’Italicum è data per scontata) a causa dell’inerzia legislativa. Quindi non si andrà a votare prima della primavera inoltrata.

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