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Torna il gioco proporzionale tra stop alla legge elettorale e aria di crisi

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IL FOCUS

Torna il gioco proporzionale tra stop alla legge elettorale e aria di crisi

Con la sconfitta della maggioranza al Senato,dove non è riuscita a eleggere il candidato Pd alla presidenza della Commissione Affari Costituzionali, si apre la stagione delle manovre di fine legislatura. Si respira aria di crisi e di guerra aperta sulla legge elettorale. Non è stato uno scricchiolio ma una vera scossa quella che si è sentita ieri in commissione Affari costituzionali del Senato. È successo che il candidato del Pd per sostituire l’ex presidente Finocchiaro (approdata al Governo) non sia stato eletto ma sia stato battuto da un esponente del partito di Alfano che ha raccolto i voti di tutte le opposizioni e – sembra – pure degli scissionisti di Mdp. Insomma, ieri a Palazzo Madama la maggioranza non c’era più, si è dissolta e non in una Commissione qualsiasi ma in quella che ha la titolarità dell’esame sulla legge elettorale che è il punto più critico – con la legge di stabilità – di questo scorcio di legislatura. Un punto, in sostanza, in grado di far traballare il Governo Gentiloni. Tant’è che molti hanno spinto l'ipotesi di un voto in autunno e – addirittura – a giugno. Ipotesi, quest’ultima, scartata da quei parlamentari che frequentano il Colle.

Naturalmente non tutti erano d’accordo con la ricostruzione per cui i voti che si sono aggiunti alle opposizioni sono stati del gruppo di Roberto Speranza tant’è che proprio lui invitava a guardare a “tradimenti” dentro la casa del Pd. Poi c’è stata l’assenza dei verdiniani, l’ambiguità degli esponenti del gruppo Misto mentre molti attribuivano la regìa dell’operazione a Bernini di Forza Italia, De Petris di Si e Calderoli della Lega per dare uno “stop” forte e chiaro a Renzi sulla legge elettorale. Ma, al di là delle accuse e dei retroscena, il fatto nuovo è che il Pd ha sentito il colpo e si è affrettato a chiedere un incontro al premier e uno a Sergio Mattarella. A quanto pare la richiesta non è stata ritenuta opportuna dal Colle che non intende entrare in vicende che riguardano dinamiche parlamentari o interne ai partiti. E infatti dopo qualche minuto il Pd, con Orfini, ha corretto il tiro parlando solo di un incontro con Gentiloni. La “distanza” di Mattarella è il segnale che non si ritiene opportuno fare da cassa di risonanza a scontri come quello di ieri proprio per non alimentare le fibrillazioni ma diluirle.

Ma fino a quando sarà possibile? Quello di ieri è infatti il classico episodio che apre le manovre di fine legislatura esasperate dal fatto che ormai si è pienamente entrati nel gioco del proporzionale anche se questo Parlamento è stato eletto con un altro sistema. Diciamo che le Camere si sono “proporzionalizzate” nel tempo e dimostrazione ne sono le ripetute scissioni avvenute nel campo del centro-destra e da ultimo nel Pd con l’addio di Bersani e Speranza. Inoltre, si ragiona già contando che l’anno prossimo si voterà con il Consultellum, con un proporzionale – ma con liste bloccate che fanno comodo a tutti – e soglie di sbarramento che costringono i partiti più piccoli allo strumento del “ricatto” e della visibilità. E lo scontro di ieri si può leggere come un “no” al Mattarellum.

Come finirà? Che i “piccoli” si faranno sentire ogni volta che è possibile ma soprattutto si preparano alla battaglia d’autunno quando arriveranno alle Camere, come in un imbuto, la legge di stabilità e la legge elettorale. E c’è chi scommette che per votare la manovra i partitini metteranno sul piatto un aut aut: togliere la soglia di sbarramento all’8% del Senato e mettere il 3% che è alla Camera. Primum vivere, poi eventualmente governare.

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