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Legge elettorale, ecco le carte sul tavolo dei partiti

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L'Analisi|verso il voto

Legge elettorale, ecco le carte sul tavolo dei partiti

Legge elettorale, si riparte. O forse no. Tutti nel mondo politico si aspettano qualche mossa di Matteo Renzi a riguardo dopo le primarie del 30 aprile e la sua ri-consacrazione alla guida del Pd. Eppure a ben vedere le carte sono già tutte sul tavolo, e le convenienze dei partiti restano intatte, primarie o non primarie del Pd. Tanto che più di un parlamentare, a microfoni spenti, scommette che alla fine si andrà al voto con il Consultellum 2.0, ossia con i due sistemi lasciati in piedi dalla Consulta con due diverse sentenze (la prima nel gennaio 2014, quando fu bocciato il Porcellum; la seconda nel gennaio scorso, quando fu bocciato il ballottaggio nazionale tra le prime due liste previsto dall'Italicum).

Il sistema in vigore: Consultellum 2.0
Partiamo allora dai due sistemi esistenti: non omogenei, certo, ma pur sempre utilizzabili se non si dovesse trovare un accordo in Parlamento su un sistema alternativo, come hanno tenuto a specificare gli stessi giudici costituzionali nell'ultima sentenza («è autoapplicativa»). L'Italicum sopravvissuto alla Camera prevede un premio di maggioranza (54%) per la lista (non la coalizione) che superi il 40% dei voti e uno sbarramento unico del 3%. Se nessuna lista supera il 40% il riparto dei seggi avviene in modo proporzionale. Quanto alla scelta degli eletti, il sistema prevede liste corte (da 3 a 7 nominativi) di cui il capolista è bloccato, ossia eletto senza preferenza, mentre per gli altri candidati in lista è prevista la doppia preferenza di genere (è possibile esprimere una o al massimo due preferenze purché siano date a due candidati di sesso diverso).

Il sistema al Senato

Per il Senato è rimasto in piedi un sistema a base proporzionale con preferenza, senza premio di maggioranza, che con il Porcellum era attribuito Regione per Regione, ma con un sistema di soglie di sbarramento che può avere un effetto maggioritario implicito: 3% per i partiti che si coalizzano purché la coalizione di riferimento superi complessivamente il 20%, 8% per i partiti che non si coalizzano. In questo modo, per dirla con Renzi, a Palazzo Madama entrerebbero solo quattro partiti: il Pd, il M5s, Fi e la Lega ma ridimensionata dallo sbarramento che funziona su base regionale. Via tutti i partitini e soprattutto porte sbarrate agli scissionisti bersaniani di Mdp, il che non è l'ultimo degli obiettivi del Pd renziano. Vero che è difficile che qualcuno raggiunga “quota 40”, ma il Pd e il M5s potrebbero comunque condurre una campagna elettorale in solitaria con l'obiettivo pur sempre credibile di raggiungere la fatidica soglia. Non a caso, all'indomani della sentenza della Consulta sull'Italicum, Renzi ha subito “blindato” nei suoi colloqui informali i due sistemi esistenti («a condizioni date è il sistema migliore per il Pd»).

I possibili correttivi

Con queste premesse, e vista la bocciatura da parte di Fi del M5s e dei centristi della maggioranza della proposta dem di reintrodurre il Mattarellum basato sui collegi uninominali, le alternative ai due sistemi esistenti sono di fatto dei semplici correttivi. Si lavora cioè sull'armonizzazione dei due Consultellum così come auspicato a più riprese dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Il Pd, con Emanuele Fiano, ha proposto in commissione Affari costituzionali della Camera dei correttivi basati su alcuni principi base quali l'introduzione dei collegi per superare il meccanismo dei capilista bloccati (non specificando se collegi uninominali secchi o collegi con riparto proporzionale come nel vecchio Provincellum) e un'armonizzazione delle soglie di sbarramento verso l'alto (una media tra 3 e 8, ad esempio il 5%). «A maggio, dopo le primarie del Pd, bisogna chiudere in un senso o nell'altro», dice il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato. Anche per ridare agilità al sistema democratico, aggiungono i renziani, che fuori dal politichese significa togliere al Capo dello Stato l'alibi della legge elettorale se si dovessero creare le condizioni per elezioni anticipate di qualche mese. Magari a fine settembre, assieme alle elezioni tedesche e in tempo per far redigere la dura legge di bilancio che ci aspetta in autunno al nuovo governo.
Scenari a parte, le strade per chiudere la vexata quaestio della legge elettorale sono due: o un accordo con il M5S basato sulla convergenza sul grillino Legalicum, oppure un accordo con Forza Italia basato sull'introduzione di collegi uninominali con riparto proporzionale, vista l'allergia storica di Silvio Berlusconi ai collegi uninominali secchi e alle preferenze.

Il Legalicum
La proposta depositata alla Camera dal M5S tende ad armonizzare i due Consultellum: alla Camera il sistema resta tal quale, compresi i tanto pubblicamente vituperati capilista bloccati, mentre al Senato viene esteso lo stesso sistema della Camera tranne i capilista bloccati che sono sostituiti dalla doppia preferenza di genere: quindi premio alla lista che superi il 40% e sbarramento unico al 3% anche a Palazzo Madama. Renzi ha detto più di una volta nelle ultime settimane che, vista l'impossibilità di un ritorno al Mattarellum, il Pd è disposto a convergere sul Legalicum pur di chiudere la partita. Di certo un avvertimento a Berlusconi, che impose al tempo del patto del Nazareno i capisti bloccati, ma anche una reale possibilità vista l'impasse del dialogo con Forza Italia. La convergenza del Pd sul Legalicum tuttavia, non è senza se e senza ma: Renzi immagina di “provocare” il M5s con la cancellazione dei capilista bloccati e l'introduzione della doppia preferenza di genere anche alla Camera e soprattutto non molla sulla soglia dell'8 per cento al Senato, confidando nel fatto che una soglia alta conviene anche ai grillini.
Va comunque segnalato che l'estensione del premio di maggioranza per la lista che superi il 40% al Senato comporta da un punto di vista tecnico un aggiustamento ulteriore che rende ancora più difficile il raggiungimento di tale soglia: va previsto un meccanismo – si riflette tra gli “sherpa” dei partiti – per cui il premio di maggioranza scatta solo se a raggiungere il 40% sia lo stesso partito sia alla Camera sia al Senato. Onde evitare due premi a due partiti diversi con l'inevitabile impasse istituzionale e il connesso rischio di incostituzionalità della legge elettorale. Tutti aggiustamenti rispetto al Legalicum presentato dai grillini che presuppongo una volontà di collaborazione tra Pd e M5s che al momento non si vede.

Berlusconi e il nodo lista o coalizione
La strada dell'accordo con Forza Italia si basa come accennato prima su un sistema di collegi uninominali con riparto proporzionale e su una soglia di sbarramento attorno al 5%. D'altra parte un sistema proporzionale alla tedesca con sbarramento al 5% è da molti anni il sistema preferito da Silvio Berlusconi, che guarda a una possibile grande coalizione (alla tedesca, appunto) per la prossima legislatura. Vero che c'è il premio di maggioranza alla lista che superi il 40%, ma è anche vero che tale soglia è difficilmente raggiungibile in un sistema politico tripolare come è attualmente quello italiano. Il problema per Berlusconi è un altro: mentre il Pd, soprattutto dopo la fuoriuscita dei bersaniani, si è quasi del tutto compattato sul premio alla lista e non alla coalizione, l'ex Cavaliere non ha ancora deciso il format con cui andare alle prossime elezioni. E la stessa Forza Italia è divisa al suo interno, con Giovanni Toti da una parte che immagina un listone unico di centrodestra con la Lega dentro e con Renato Brunetta dall'altra che al contrario insiste sulla necessità di tornare alla storica coalizione di centrodestra. Se Berlusconi non scioglierà a breve questo nodo, al Pd non resterà che il “forno” grillino con le incognite per così dire di incomunicabilità alle quali abbiano accennato.
Ecco perché l'ipotesi che alla fine si torni alle urne con il Consultellum 2.0, con buona pace dei fautori dell'armonizzazione, non è poi così peregrina.

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