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Dossier Le ragazze che hanno cambiato lo sport (e lo show business) Usa

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Dossier | N. 16 articoliFesta del cinema di Roma 2018

Martin Scorsese - Ap
Martin Scorsese - Ap

C’è tanta America in questa tredicesima edizione della Festa del cinema di Roma. E tante Americhe. Con un susseguirsi sullo schermo di storie piccole e grandi capaci di accendere i riflettori sul presente e passato, spesso controverso, degli Usa. Ne è un esempio Daughters of the sexual revolution: the untold story of the Dallas Cowboys cheerleaders. Un documentario sulle più famose “ragazze pon pon” della storia del football americano, che è passato sugli schermi dell’Auditorium proprio nel giorno del Premio alla carriera al “maestro” statunitense Martin Scorsese. E che ha acceso un faro sugli Stati Uniti degli anni ’70. Sulla condizione della donna. Sulle lotte femministe. Su che cosa era e che cosa è diventato nel frattempo il più famoso sport a stelle e strisce.

Al centro del racconto un’icona controversa
Per riuscire nel suo intento il regista Dana Adam Shapiro - candidato all’Oscar come miglior documentario con Murderball - si sofferma sulla figura di Suzanne Mitchell: per 14 anni direttrice delle Cheerladers dei Dallas Cowboys. Rivelando

quella che lo stesso sottotitolo del film definisce «una storia mai raccontata». Arrivata nel ’75 alla guida del gruppo, Mitchell introduce un ferreo decalogo per le sue “assistite” che all’inizio sembra ispirato esclusivamente alle regole dello show business: come devono vestire, cosa devono mangiare, cosa possono e non possono fare. Sia dentro il campo di gioco dell’allora Texas Stadium, dove compaiono in costumi succinti un tempo e l’altro. Sia fuori. Al punto da trasformarle ben presto in un fenomeno della cultura pop di quegli anni e diventare lei stessa un’icona. Molto controversa visti gli attacchi ricevuti dal movimento femminista.

La trasformazione da ragazze in donne
Secondo i suoi detrattotri Mitchell ha mercificato il corpo delle donne. Sottoponendo le sue ragazze a dei veri e propri tour de force. Fisici e mentali. Sin dalla rigida selezione che dovevano superare. Copertine, rotocalchi, comparsate in tv e sulle portaerei dislocate nelle varie aree di guerra.Non c’è palcoscenico che le Dallas Cowboys cheerleaders non abbiano calcato su suo input diretto. Così da occupare i sogni dell’immaginario maschile americano e spingere perfino il magnate di Playboy, Hugh Hefner, e i produttori di cinema porno a sfruttarne la fama. Senza riuscirci però. Almeno dal punto di vista legale. Ma è la stessa Mitchell, sguardo in camera, a respingere le accuse. La sua intenzione - racconta con lo sguardo dritto in camera - era solo «aiutarle a trasformarsi da ragazze in donne». E sembrerebbe esserci riuscita a giudicare dalle dichiarazioni delle dirette interessate. Che vediamo, ormai adulte, sventolare le effigie indossate 30-40 anni prima con una gioia negli occhi capace di sconfiggere anche il tempo che passa.

L’odore dei soldi ha cambiato tutto
Suzanne Mitchell ha guidato le ragazze pon pon texane fino al 1989. Rendendole un esempio di integrazione negli anni “bui” che gli Stati uniti hanno attraversato durante i Seventies. Finché il business è rimasto fuori dal “rettangolo verde”, rispettare le sue regole - inclusa quella di non mischiare per alcun motivo la loro vita privata con quella dei giocatori e dei dirigenti dei Dallas Cowboys - è stato possibile. Poi non più. Con l’acquisizione per 100 milioni di dollari da parte del petroliere dell’Arkansas, Jesse Jones, i Dallas Cowboys hanno perso l’aura di “squadra d’America”. E le cheerleaders con loro.

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