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Sanremo, Baglioni e le polemiche sui migranti: la Rai ci mette una pezza

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Servizio |Nota di viale mazzini

Sanremo, Baglioni e le polemiche sui migranti: la Rai ci mette una pezza

Baglioni nel mirino per le polemiche sui migranti (Ansa)
Baglioni nel mirino per le polemiche sui migranti (Ansa)

La Rai prova a chiudere una polemica esplosa letteralmente fra le mani dopo la conferenza stampa di presentazione del 69esimo Festival di Sanremo. Le affermazioni su migranti e politici date dal direttore artistico del Festival Claudio Baglioni hanno popolato social e non solo, tutto il giorno, con prese di posizione trasversali. In serata però con un tweet dal profilo dell’ufficio stampa Rai l’ad di Viale Mazzini, Fabrizio Salini, punta a chiudere una querelle che ha senza dubbio inquinato la prova d’esordio della kermesse per eccellenza dell’offerta annuale della Rai.

«Il Festival di Sanremo – si legge nel tweet – è patrimonio degli italiani. Il mio compito, e quello di tutta la Rai, è garantirne la qualità e il successo. Grazie al prezioso contributo di tutte le nostre professionalità, stiamo lavorando per far sì che il direttore artistico, in un clima di piena collaborazione, possa realizzare, insieme a Rai1, un festival in linea con le aspettative del grande appuntamento che unisce il Paese». Sic.

Restano però le scorie di una giornata in cui prese di posizione e distinguo si sono rincorse con il meccanismo tipico del cortocircuito che quando scoppia in Rai (e succede non di rado) fa emergere l’inesistenza di qualsiasi argine alle incursioni della politica nell’attività di Viale Mazzini. Una osmosi forse ora anche amplificata dal fatto che la prossima edizione del Festival sarà la prima della Rai sotto le insegne del governo Lega-M5S.

Galeotte durante la conferenza di mercoledì le dichiarazioni di Baglioni («Se non fosse drammatica la situazione di oggi, ci sarebbe da ridere: ci sono milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di 40-50 persone, siamo alla farsa») seguite con grande velocità di reazione dall’attacco frontale via Twitter del ministro dell’Interno, Matteo Salvini: «Canta che ti passa, lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo».

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato oggi anche un retroscena pubblicato dal quotidiano La Stampa secondo il quale il neo direttore di Rai 1 Teresa De Santis avrebbe fatto capire che l’esperienza di Baglioni al Festival sarebbe da considerare finita con la 69esima edizione. Insomma un “mai più lui con me”. Alla fine la stessa De Santis prende carta e penna e scrive a Dagospia. E i toni sono di sicuro meno accomodanti di quelli usati dall’ad Salini anche se il messaggio è interpretabile in vario modo e francamente non aiuta a sciogliere il nodo. «Sono solo canzonette, o almeno dovrebbero esserlo. Invece, e non solo per responsabilità di Claudio Baglioni, sono state trasformate nel solito comizio», scrive De Santis, aggiungendo: «Mi preme ricordare che Rai1 si chiama rete ammiraglia perché è la rete più importante e produttiva dell’azienda, guai ad attaccarla senza sapere che ci rimette l’intera Rai». Comunque una lettera che non è piaciuta all’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai: «Abbiamo atteso la smentita. Che non è arrivata. Anzi, è arrivato il nuovo attacco. Diretto».

Anche il Cda Rai ha registrato prese di posizione in merito. «La Rai deve essere il palco per tutte le voci, altrimenti è tv di regime» ha detto il consigliere in quota Pd Rita Borioni. «In una conferenza stampa è legittimo che i giornalisti facciano domande. Credo però che sia anche altrettanto giusto non rispondere. Il festival non è una tribuna politica», ha commentato da canto suo Giampalo Rossi (Fdi).

A questo punto interverrà la Commissione di Vigilanza come richiesto dall’opposizione che accusa il vertice della bicamerale di «silenzio assordante sulla vicenda»? Tranchant la risposta del presidente Alberto Barachini: «Sto lavorando, non commento i retroscena né le provocazioni nei miei confronti». Tanto c’è da giurare che, come è abitudine, non finisce qui.

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