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Maya Sansa a Locarno: questa Italia di stereotipi e delle «famiglie»

di Boris Sollazzo

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9 agosto 2007

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LOCARNO - Maya Sansa è un attrice brava, che ha studiato e fatto la gavetta. Ha un carattere fiero e indipendente. Insomma, una piccola rarità in quello che viene pomposamente definito il mondo dello spettacolo. Avrebbe tutto per brillare nello star-system quella bellezza mista, quel fascino sensuale, dovuta alle sue tante origini (il padre è iraniano). Ha iniziato a fare teatro a 14 anni, poi è andata a studiare a Londra fino all'esordio al cinema con Marco Bellocchio, ne "La balia". Tornerà con lui in Buongiorno, notte, ma il successo pieno arriverà grazie a Marco Tullio Giordana con "La meglio gioventu". Il New York Times l'ha definita "la nuova icona del cinema italiano". Ora lei torna al cinema con Anna, una sorella complessa e sacrificata di un campione in "Fuori dalle corde" del regista Fulvio Bernasconi, dramma psicologico sui ring (e nei fight club illegali) della provincia croata, svizzera e italiana, presentato in concorso a Locarno, dove l'abbiamo incontrata.

Maya, un ruolo diverso. Anche per il lavoro sulla parlata triestina, non facile
Un gran piacere lavorare sull'accento, mia nonna è istriana e quella zona tra Istria e Trieste mi è sempre stata familiare, anche se non ci tornavo da una vita. E quindi neanche ne usavo l'accento. Non mi sono lanciata sul dialetto per evitare bastonate, ma cercare certe sfumature mi aiuta sempre a trovare la specificità del personaggio, non mi basta il percorso emozionale per trovare la "strada" giusta.

Chi è Anna?
Questa è soprattutto la storia di Mike e lei vive per lui, per questo fratello che rappresenta molto di più. Amo molto questi personaggi che vogliono migliorare a tutti i costi la loro vita, uscire da una condizione difficile, magari realizzare i propri sogni. Anna lo vuole tanto da forzare un'altra persona, la sua ambizione, la sua determinazione, i suoi sogni sono anche e soprattutto sulle spalle di un altro. E questo la rende un personaggio ambiguo, come molti. Sostituisce la madre, la fidanzata, la futura moglie, la sorella minore e maggiore, tutte con le loro aspettative.

Come è arrivata a questo film?

L'incontro con Fulvio è una di quelle magie che succedono agli attori, ci sono dei periodi in cui non si lavora per niente, altri in cui si lavora tanto da non saper come organizzarsi. Ero distrutta, perché avevo dovuto rinunciare a questo progetto, non mi capacitavo di come non ero riuscita a inserirlo nei miei impegni. Poi, scoprimmo con la mia agente di poterlo fare, ed ero felicissima.

Cosa le impediva di partecipare al film?
Sono andata a Parigi per studiare il francese e andare fuori, in ossequio alla mia natura nomade: sono tale fin da quando andai a Londra, per poi essere richiamata da Bellocchio. Lo sono tuttora, nel crearmi delle sfide da sola quando la vita non me le presenta. Ero in Francia, e, ironia della sorte, c'erano un po' di cose in Italia che stavano maturando. Per fedeltà a un regista a cui volevo molto bene – non è Bellocchio!- avevo rinunciato a molte cose. Ma, sono storie che nel cinema accadono spesso, questa persona mi ha lasciato da un momento all'altro ed io ero un po' sotto un treno. E Fulvio mi ha regalato questo film, mi ha riportato a Trieste e ho potuto lavorare con Michele Venitucci che per me è come un fratello. Con gli uomini che ti piacciono è così: o ti innamori o il rapporto diventa fraterno.

In Francia sta spopolando…
Lavorerò con Jean Paul Salomè ne Les femmes de l'ombre, lui è il re di questi blockbusteroni francesi, ma di sostanza, come Arsenio Lupin e Belfagor. Sarò una ragazza milanese, ebrea di buona famiglia che in guerra si fa arruolare nell'OSE e diventa un'agente, una spia di Churchill. Per lei mi sono ispirata alle atmosfere de Il giardino dei Finzi Contini. Siamo cinque donne, tra cui la protagonista assoluta Sophie Marceau e Julie Depardieu. Ho una piccola parte anche ne La troisième partie du monde, film astratto e particolarissimo, originale e surreale opera prima, in cui sarò la moglie di…un uomo invisibile! Mi è piaciuta molta questa dimensione serenamente immaginifica. E poi ho appena fatto un film su Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir, in cui sono una loro amica.

L'Italia non riesce a rischiare come fanno all'estero?
Il cinema italiano per me è ancora un grande punto interrogativo. Me ne andai delusa dall'Italia, tornai entusiasta chiamata da Bellocchio, il modo migliore per iniziare al cinema. Al di là della preparazione che potevo avere, mi sembrava un mondo bellissimo, all'inizio poi, si è sempre ingenui. Volevo lavorare qui, ma più andavo in alto più era complicato. Più il livello si accresce, maggiori si fanno gli ostacoli, e non si sa da dove vengono. La vita viene resa un po' difficile a chi vuole fare un certo tipo di lavoro e farlo bene senza seguire lo stereotipo, senza fare famiglia o gruppo. Capisci bene che se uno è indipendente per natura, se non ha voglia di fare sempre lo stesso personaggio, per forza deve cercare altrove. Detto questo il prossimo film che farò sarà con Liliana Cavani e sarò la moglie di Einstein -Mileva Maric, giovane fisica del Politecnico di Zurigo che lo affianco' anche nelle sue geniali intuizioni- e il provino che lei mi ha fatto è per me una delle cose più belle degli ultimi anni. Sono terrorizzata dall'interpretarla anche a 70 anni, è difficile, durissimo essere credibili così. E' uno di quei progetti della Rai che non si sa se saranno televisione o cinema.

Cosa intende con "provino fantastico", puo' raccontarcelo?
Ultimamente ho fatto solo molti incontri, decisamente piacevoli. Ma prima, con Bellocchio, i provini sono stati giganteschi, all'inglese, quelli in cui devi dimostrare che la parte è tua. Poi, con registi meno bravi o forse solo meno sensibili, sono stati anche un autentico disastro, controproducenti, senza l'atmosfera giusta. Con Liliana è stato un provino d'autore: grande concentrazione sul set, impegno serio e profondo, era perfetto. Gireremo tra Torino, Trieste, Serbia e forse Canada.

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