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Questo articolo è stato pubblicato il 15 agosto 2011 alle ore 08:30.

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Una sorta di scambio tra Stato e Autonomie: da un lato l'anticipo di un anno (e l'inasprimento) della stretta finanziaria sui bilanci locali, dall'altro l'attivazione fin dal 2012, accelerando sul calendario del federalismo fiscale, dei margini di autonomia tributaria riconosciuti a regioni e comuni. Così, a ben vedere, il governo ha presentato la parte della manovra che riguarda la finanza locale.

Il significato e la portata reale di questo scambio meritano però qualche riflessione. Il decreto di venerdì scorso non contiene il classico taglio dei trasferimenti statali ma affida il contributo degli enti locali per l'aggiustamento dei conti pubblici al miglioramento dei saldi di indebitamento via Patto di stabilità interno. Come nel decreto di luglio, anche con questa manovra si è voluto evitare di intervenire sul meccanismo di fiscalizzazione dei trasferimenti statali e della loro perequazione da poco messo in piedi, e con grande fatica, con i decreti sul federalismo fiscale.

Tuttavia, questa modalità per coinvolgere gli enti nella correzione della finanza pubblica, rende la maggior parte di loro poco interessanti alla merce di scambio, ovvero la maggiore autonomia tributaria. Il problema più stringente di cui soffrono oggi i comuni non è tanto quello di una carenza assoluta di risorse finanziarie, bensì la possibilità di spenderle concretamente. Gli obiettivi di saldo positivi sempre più alti richiesti dal Patto di stabilità costringono i bilanci locali a una penosa stretta sulla spesa pubblica che, se in taluni casi è un salutare taglio di inefficienze, in molti altri significa riduzione di servizi al di sotto dei livelli essenziali delle prestazioni. Per rendere credibile lo scambio proposto dal governo, regioni e comuni hanno bisogno piuttosto di maggiore libertà sul Patto.

In verità, la manovra di agosto anticipa al 2012 la distinzione di regioni ed enti locali tra "virtuosi" e "viziosi" introdotta a luglio, escludendo i primi dagli obiettivi di aggiustamento richiesti dalla varie manovre (compresa quella di agosto), e addossando sui secondi l'intero peso dell'aggiustamento.

Tuttavia, anche se molti enti fossero interessati all'offerta del governo di approfittare dei maggiori margini di manovra sulla tassazione (e i comuni fortemente indebitati potrebbero esserlo), è facile evidenziare qualche ulteriore controindicazione. La prima riguarda il fatto che l'unica leva sbloccata dalla manovra è l'addizionale Irpef, di fatto un'imposta sul reddito da lavoro dipendente che, in realtà, obiettivi di sostegno alla crescita suggerirebbero di detassare. Anche in questo caso, come già nei decreti sul federalismo fiscale, si è persa l'occasione per riportare in qualche modo a tassazione la prima casa, sia pure con agevolazioni per i soggetti economicamente più deboli, quale cespite su cui si possa esercitare l'autonomia tributaria comunale.

Inoltre, nel disegno del federalismo i gettiti derivanti dallo sforzo fiscale autonomo di regioni e comuni non sono perequati: un punto di aliquota di addizionale Irpef in Lombardia garantisce un gettito ben maggiore rispetto allo stesso sforzo in Calabria ma ciò non attiva alcun trasferimento perequativo. Puntare, come fa la manovra, sull'autonomia tributaria può alla lunga porre un rilevante problema di perequazione territoriale.

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