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Questo articolo è stato pubblicato il 12 febbraio 2013 alle ore 06:44.

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VENEZIA - L'area è quella nella quale sorgeva la vecchia Agrimont, che produceva fertilizzanti chimici: dava lavoro a 2mila persone, riassorbite in buona parte dal Petrolchimico dopo la chiusura, e quando ancora Porto Marghera significava lavoro. Quella che adesso si chiama "Porta dell'innovazione" è il vecchio Cral, ristrutturato ma non demolito, dove fra mensa e sala biliardo un giovane Massimo D'Alema teneva i consigli di fabbrica. Con lui Michele Vianello, all'epoca responsabile di sezione del Pci, oggi (presidente) Direttore Generale del Vega, parco scientifico e tecnologico di Venezia.

Passato e futuro non potrebbero essere più presenti qui: «In quegli anni era quasi un automatismo: c'è un'area industriale dismessa, facciamone un centro di ricerca. Un modello che oggi non sta più in piedi», racconta Vianello, che è coordinatore nazionale della Commissione tecnica sulle tecnologie Ict (Information communication technology) dell'Associazione dei parchi scientifici italiani. I bandi europei hanno consentito di bonificare ed edificare spazi ampi e moderni, «ma paghiamo 200mila euro di Imu all'anno, come se fossimo un qualunque immobiliarista e non una Scarl senza fini di lucro. Dovremo dismettere, non c'è alternativa, mantenendo la proprietà solo del cuore del Vega».

Un problema italiano, così come «la ricerca che negli Usa è una attività finalizzata all'industrializzazione, e dunque sostenuta, cosa che qui non avviene». Il parco scientifico di Venezia non riceve contributi pubblici, in nessuna forma. Un gruppo di lavoro cerca – e trova – bandi europei ai quali partecipare. Due i progetti di lavoro in corso: quello sul green oil, per recuperare residui vegetali di diversa provenienza e trasformarli in prodotti energetici, e quello sulla pulizia dei canali portuali, in fase di ingegnerizzazione, per prelevare e pulire i fanghi tramite impianti mobili. Il prototipo è in fase di costruzione, resta da vedere se si troverà un partner disponibile a mettere le risorse per assumere il personale necessario ad arrivare al prodotto finito.

Entrare al Vega significa impararne il linguaggio, a volte neologismi: come nomadic-worker, uno dei cavalli di battaglia. Sta per lavoratori nomadi, quelli che sempre più prenderanno il posto di chi oggi fa orari fissi 9-17 in posti fissi: «Abbiamo il clud computing, possiamo collegarci con diversi strumenti a prescindere dal luogo fisico nel quale siamo, non serve nemmeno una scrivania». Nemmeno Vianello ce l'ha, non esiste un "ufficio del direttore": e il personale qui lavora per obiettivi e risultato, non per coprire un orario. I coworker, invece, condividono l'ufficio negli spazi messi a disposizione per «gli indipendenti che svolgono attività diverse ma trovano utile e stimolante essere a contatto con altri: innovatori, giovani imprenditori, liberi professionisti visionari e designer e soprattutto per tutti coloro che vogliono lavorare in un ambiente condiviso».

Il concetto è quello di fare rete, networking, lo stesso spirito che si ritrova nell'ultimo nato, l'incubatore d'impresa: al primo e unico bando, che l'anno scorso ha viaggiato – primo esempio in Italia – solo via Facebook e altri social network, hanno risposto 40 idee di impresa. Dopo una prima scrematura si è arrivati a selezionarne 20, che hanno frequentato un corso obbligatori per imparare a redigere un business plan e, successivamente, costituirsi in società.

Oggi le start up sono 18, «per il 70% sono legate all'Ict, il resto è green, dalle consulenze per il risparmio energetico alla progettazione – spiega la tutor Gabriella Parmesan –. La rete sta prendendo forma, ci sono imprese che partecipano insieme a bandi e progetti, altre che hanno instaurato forme di collaborazione».

Nella sede di una delle aziende che fra le prime si è insediata al Vega, convivono e lavorano due società diverse: Officine Panottiche e nuovostudiofactory. Giuridicamente distinte, ma non di fatto. «Le competenze si completano, spiegano Luca Vascon e Marco Luitprandi, che condividono anche esperienze di insegnamento, rispettivamente allo Iuav di Venezia (arti visive) e al Politecnico di Milano (design). Ora gli sforzi sono concentrati sulla produzione di fotografie panoramiche e video. Chiara Masiero Sgrinzatto, socia di Officine Panottiche, mostra il display del tablet con il primo esempio di booktrailer: l'utente lo prende ed è come entrare fisicamente nel luogo raccontato, muovere lo schermo verso l'alto è come alzare gli occhi sui palazzi e il cielo, si può abbassarlo e orientarlo a destra e sinistra, a 360 gradi. «Così una mostra o una installazione da temporanei diventano permanenti, mentre una persona ovunque sia può "visitare" virtualmente un luogo, una città, con infinite applicazioni possibili», spiegano i tre autori, che grazie alla banda larga a 300Mbps, l'unico esempio in Veneto, lavorano a loro volta con un'altra dozzina di persone in tutta Italia, «a seconda delle competenze necessarie».

Qui la rete e le sinergie funzionano, «ma quante Pmi lo sanno? Nessuna». È drastico, Vianello, che pure elenca le potenzialità di un rapporto mai (ancora) nato, fra tessuto produttivo e ricerca: «I parchi fanno un gran lavoro di selezione e partecipazione a bandi europei, creano progetti, studiano. E le nostre Pmi, piccole sottocapitalizzate, avrebbero un enorme bisogno di questo genere di contributo. Potrebbero richiedere consulenza per il marketing, che oggi non è girare il mondo con la valigetta dei prodotti da mostrare, potrebbero chiederci di mettere a punto innovazioni di processo, per abbattere i costi ed essere più efficienti. Potrebbero creare strimenti di e-commerce, trovando qui le competenze adatte, invece finiscono per svendere agli outlet le proprie rimanenze. "Io" e "mio" restano le parole più usate dall'imprenditore veneto».

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