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Caccia ai talenti digitali: l’Italia sulla strada per raggiungere…

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INDAGINE idc / CORNERSTONE 2018

Caccia ai talenti digitali: l’Italia sulla strada per raggiungere l’Europa

Circa duemila manager fra professionisti Hr, responsabili It e manager di linea impiegati in aziende con oltre 500 dipendenti e attive in 14 Paesi europei, Italia compresa: questo è il campione utilizzato da Idc e Cornerstone OnDemand, società californiana specializzata in soluzioni software (cloud based) per la formazione e la gestione del capitale umano, per approfondire il tema della trasformazione digitale attraverso alcune delle dinamiche che caratterizzano al momento la gestione delle risorse umane, dal reclutamento dei talenti alla formazione sul lavoro.

Se concentriamo i riflettori sui dati italiani, emerge chiaramente (e non è una novità, del resto) come l’innovazione legata all’adozione delle nuove tecnologie sia una delle principali priorità strategiche per tutte le imprese. A oggi, dice infatti la ricerca, solo il 7%, delle aziende italiane sostiene di non aver ancora iniziato un percorso di trasformazione digitale, contro il 9% registrato nel 2017. In termini di intenzioni, insomma, l’Italia è sulla strada per raggiungere il resto d’Europa ma c’è un elemento che deve indurre alla prudenza e si chiama «resistenza culturale al cambiamento», elemento che costituisce ancora la sfida principale delle aziende italiane, davanti alla presenza di sistemi informatici di tipo “legacy” (voce citata nel 30% dei casi), alla mancanza di innovazione interna (24%) e alla carenza di partnership (20%).

Estremamente interessante, sempre guardando ai dati italiani, è il numero di aziende che dichiara di essere incapace di trovare talenti e competenze, quasi dimezzato in dodici mesi, passando dal 26% del 2017 al 14% di quest’anno. La selezione interna, in oltre la metà dei casi, e strumenti social, nel 43% dei casi, costituiscono gli strumenti maggiormente utilizzati per il reclutamento di nuove figure profilate e tali percentuali sono di fatto allineate agli indicatori europei. Le aziende italiane, qui invece la differenza fra Belpaese e resto d’Europa è marcata, utilizzano le piattaforme di reclutamento molto meno delle rispettive controparti continentali (37% contro 48%) e lo stesso vale per le agenzie di selezione: solo il 30% delle nostre imprese intervistate, afferma di preferire questo canale per ricercare i talenti, contro il 43% delle imprese estere. E, a giudizio degli autori del rapporto, questa ritrosità nell'utilizzare agenzie e piattaforme specializzate è un limite nel processo di ricerca di candidati con competenze adeguate, nuove idee e mentalità innovativa.

Nella scelta dei profili, evidenzia ancora lo studio, i requisiti professionali sono l’aspetto più importante per il 52% delle aziende della Penisola mentre non c’è particolare attenzione verso le capacità di problem solving: se le imprese europee ritengono questo aspetto un requisito essenziale nel processo di selezione, le organizzazioni nostrane sembrano attribuirgli un’importanza decisamente inferiore, fermandosi al 33% del campione rispetto al 38% della media complessiva.

La chiave di lettura di questi dati offerta da Federico Francini, Regional Sales Director di Cornerstone OnDemand Italia, parte dalla necessità di adattare continuamente le competenze imposta dai repentini cambiamenti che caratterizzano la cosiddetta skill economy. «Tutti concordano - ha spiegato il manager - sul fatto che l’innovazione sia per le aziende fondamentale per poter sopravvivere in un mondo digitale in rapida evoluzione, ma innovazione può essere un concetto astratto e difficile da definire. E i risultati dell’indagine mettono in evidenza un chiaro collegamento tra velocità di innovazione e gestione dei talenti e il motivo per cui quest'ultima è così importante».

Un ulteriore parametro degno di segnalazione, infine, è quello relativo alla formazione sul lavoro, che su scala italiana rappresenta la pratica più importante per lo sviluppo dei dipendenti per i due terzi delle organizzazioni, mentre sono molto meno sfruttati (nel 13% dei casi contro il 29% della media europea) i programmi di inserimento. «Per innovare davvero - questa la conclusione di Francini - le direzioni Hr italiane devono incoraggiare il cambiamento e coordinare la gestione dei talenti in tutte le fasi del ciclo di vita del dipendente, dalla selezione all’onboarding alla revisione delle performance passando per lo sviluppo. Solo il coordinamento di questi sforzi aiuterà le aziende a prevedere future carenze di competenze e pianificare i cambiamenti futuri, aumentando al tempo stesso produttività e innovazione».

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