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I giochi mediorientali del triangolo Trump-Erdogan-Putin

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L’ANALISI

I giochi mediorientali del triangolo Trump-Erdogan-Putin

Se non fossero capi di stato, Trump ed Erdogan potrebbero apparire come “i furbetti del quartierino”. Nel loro incontro a Washington hanno rilasciato dichiarazioni come “la comune volontà di lotta al terrorismo con l'Isis” e Trump, per compiacere Ankara, ha aggiunto alla lista il Pkk, alleato di quei curdi siriani che Washington ha deciso di armare non solo per condurre la lotta al Califfato ma per tenere un piede ben saldo dentro la spartizione della Siria in zone di influenza.

In realtà nessuno ha cambiato le proprie posizioni sugli effetti umani e geopolitici devastanti della guerra siriana ma questa ipocrisia è attenuata dall'appoggio di Trump al recente referendum presidenziale vinto con molti dubbi e qualche broglio da Erdogan, che comunque vede negli Usa gli ispiratori del fallito golpe del luglio 2016 e gli ospiti del suo arci-nemico Fethullah Gulen.

La decisione americana di sostenere i curdi siriani dell'YPG è stata rafforzata qualche settimana fa da un incontro ad Antalya tra i capi di stato maggiore americani e russi con i generali turchi, in cui Mosca e Washington hanno ribadito che la Turchia non deve avanzare in Siria. Il governo di Ankara ha quindi annunciato la fine dell'operazione “Scudo dell'Eufrate” senza però ritirare i 4mila soldati turchi presenti in territorio siriano.

In sintesi, prima la Turchia, Paese Nato, si è messa d'accordo con Putin per difendere i suoi interessi e poi gli Usa hanno raggiunto un accordo con Mosca per tenere a bada Ankara. Questi giri di valzer servono a rafforzare il potere di Assad a Damasco e a tenere in sicurezza le basi militari russe sulle sponde del Mediterraneo. Per salvare la faccia, gli americani ogni tanto lanciano un missile contro Damasco per l'uso di armi chimiche o sollevano questioni con i forni crematori destinati a eliminare le prove dei massacri, per screditare un regime che in realtà stanno consolidando.
È evidente che sul fianco sud-orientale dell'Alleanza Atlantica da molto tempo si sta giocando d'azzardo una partita cui ovviamente è interessata anche l'Unione europea, che si è affidata al ricatto di Erdogan per fermare i profughi siriani e bloccare la rotta balcanica.
I curdi siriani sono visti dalla Turchia come un incubo strategico perché possono costituire una zona autonoma in Siria e rappresentare un magnete per l'irredentismo degli altri curdi dell'area, compresi quelli turchi.

È proprio per questo che la Turchia, membro storico della Nato, si è messa d'accordo con la Russia e con l'Iran per la divisione della Siria, gli scambi di popolazione sciite e sunnite e per il contenimento delle ambizioni curde. Al punto che Ankara e Teheran hanno pure raggiunto un'intesa sulla costruzione ai confini Nord di un muro anti-curdi: gli iraniani hanno anche loro una minoranza curda cui non vogliono dare troppo spazio per eventuali rivendicazioni. Insomma, ognuno bastona i “suoi” curdi e lo fa senza tenere conto degli americani e neppure dei russi.

Le forniture di armi e l'appoggio di consiglieri militari americani ai curdi siriani è documentata da video e foto: anzi i militari Usa sono comparsi al fianco della guerriglia curda quando recentemente Ankara ha effettuato incursioni aeree sulle loro basi.

In sintesi la Turchia conduce una guerra contro gli alleati degli Stati Uniti, magari anche temporanei ma che in questo momento sono ritenuti da Washington essenziali per stringere d'assedio con le forze arabe Raqqa, capitale dell'Isis. Questo è il risultato del fallimento della guerra per procura anti-iraniana contro Assad, alleato storico di Teheran. Per questo Trump corre in Arabia Saudita e in Israele, missione destinata a costituire un asse contro l'Iran degli ayatollah che venerdì va alle urne per le presidenziali.

E i jihadisti del Califfato? Questo forse è il punto più interessante: Mosul ormai è militarmente caduta e da Raqqa sono fuggiti i capi dell'Isis. Più che la guerra al Califfato si sta negoziando con il fronte sunnita internazionale il destino di sanguinari guerriglieri che potrebbero essere destinati a nuove “imprese”. Magari a combattere in Yemen i ribelli Houti sciiti, alleati di Teheran. Nessuno in Medio Oriente è mai definitivamente vinto e battuto.

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