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Android, perché l’Europa potrebbe multare Google fino a 11 miliardi di dollari

Google torna nel mirino di Bruxelles. Secondo un'indiscrezione del Financial Times, riportata anche dal Sole 24 Ore, la Commissione europea sta per infliggere a Big G una maxi-multa per l'abuso di posizione dominante (monopolio) esercitata attraverso il suo sistema operativo mobile Android. La sanzione potrebbe arrivare fino a un massimo di circa 11 miliardi di dollari, l'equivalente del 10% dei ricavi annui di Alphabet, la holding che controlla Google.

Non è la prima volta che l'Europa, rappresentata dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, si scontra con il colosso californiano. Un anno fa, proprio a giugno, Bruxelles ha inflitto una sanzione-record di 2,4 miliardi di euro per aver favorito il suo sistema di inserzioni (Google Shopping) rispetto ai competitor. Ma c'è di più. A fianco di Shopping e Android, è in corso un terzo filone d'indagine sull'uso improprio di AdSense (il servizio di banner offerto da Google), in questo caso con l'accusa di aver obbligato siti esterni a rimuovere inserzioni non promosse da Big G.

Ma cosa avrebbe fatto ora Google con Android?
In realtà niente di nuovo. L'accusa della Commissione risale al 2016, ed è arrivata dopo uno studio di 4 anni, ma ora pare che l'inchiesta sia arrivata alle sue conclusioni e stia per sfociare in una (robusta) multa all'azienda. In breve: Bruxelles sostiene che Google avrebbe fatto uso del suo sistema operativo mobile Android per rinforzare il suo dominio su prodotti di punta come il proprio motore di ricerca. Come? Ad esempio «ponendo come condizione obbligatoria la preinstallazione di Google Search e Google Chrome in cambio di licenze per alcune delle proprie app, fornendo incentivi economici per installare lo stesso Google Search sui propri dispositivi o impedendo alle aziende di vendere dispositivi che installino sistemi operativi basati su Android .

Basati su Android? In che senso?
Android è un sistema operativo open source, a «sorgente aperta». Il che vuol dire che qualsiasi sviluppatore può accedere ai suoi codici e svilupparne una versione propria: le cosiddette Android Fork. Lo ha fatto ad esempio Amazon, con il suo Fire - smartphone e tablet - oppure Clementoni con i suoi tablet. In Russia, Huawei ha distribuito un device basato su Android ma con Iandex - motore di ricerca principale nel Paese - al posto di Google. In Cina è cosa diffusa.

In questo caso però i device non montano il negozio digitale Google Play Store. Per averlo, i produttori devono firmare un patto, chiamato anti-fragmentation agreement, dove si impone di non vendere device che installino i sistemi “derivati” da Android. Google si è sempre difesa dall'accusa sostenendo che il suo patto anti-frammentazione sia a tutela dei consumatori e degli sviluppatori, perché consiste semplicemente nel chiedere standard minimi di compatibilità su tutti i dispositivi Android. E fare in modo che uno sviluppatore disegni una app una volta sola per tutti gli smartphone o tablet che hanno il sistema operativo di Android.

La fee di Google secondo Google
C’è un altro accordo al centro delle riflessioni della Commissione: il Mobile application distribution agreement (Mada). Il produttore di smartphone che lo sigla, preinstalla la suite di applicazioni Google (a oggi sono 11). Inoltre avrà il Google Play Store. La maggior parte dei telefoni venduti in Europa hanno queste caratteristiche. Google dice che paga una percentuale ai produttori e/o operatori se questi oltre alla suite posizionano Google come unico motore di ricerca sulla home del telefono o tablet.

Ma è davvero così dominante Android?
Se si parla di quote di mercato, senza dubbio sì. Secondo statistiche riferite al primo trimestre 2018, Android incide su oltre l'85% del mercato dei sistemi operativi mobili e conta oltre 2 miliardi di utenti attivi mensili. iOS, il concorrente di Apple, viaggia a fatica intorno al 10 per cento. Visti i numeri, non stupisce che il “robottino” sia considerato un'infrastruttura portante per i ricavi pubblicitari di Big G.

E quali sono le altre indagini della Ue su Google?
Gli altri filoni di indagine riguardano il sistema di pubblicità online Google Shopping (sfociato nella maxi-sanzione da 2,4 miliardi di euro descritta sopra) e l’utilizzo di AdSense (il servizio di banner pubblicitari targato Big G). Nel primo caso la Commissione ha stabilito che Google ha favorito le sue inserzioni rispetto alla concorrenza, indicizzandole in maniera più visibile in cima ai risultati delle sue ricerche; nel secondo caso, si contesta a Google di aver impedito a siti altrui di cercare pubblicità da fornitori concorrenti.

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