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Trump fa slittare la scadenza della tregua commerciale con la Cina

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Trump fa slittare la scadenza della tregua commerciale con la Cina

L’ondata di ottimismo sulla prossima pax commerciale spinge gli investitori internazionali in Cina: a gennaio gli acquisti sul mercato azionario cinese hanno raggiunto la cifra record di 9 miliardi di dollari. Il flusso mensile maggiore di sempre per gli investimenti esteri nelle Borse di Shanghai e di Shenzhen. Un dato che fa ben sperare per il 2019, dopo un 2018 disastroso per le borse cinesi, nonostante i segnali di rallentamento dell’economia: l’indice Csi 300 che segue le blue-chips cinesi a gennaio ha avuto un rimbalzo del 9%, dopo un anno in cui aveva ceduto il 25 per cento, soprattutto a causa della guerra commerciale con gli Stati Uniti.

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A Pechino il terzo round dei negoziati
Sulla trade war il vento sembra aver cambiato direzione a partire dalla tregua di novanta giorni siglata il primo dicembre al G20 in Argentina tra Donald Trump e Xi Jinping. L’attenzione si sposta in questi giorni a Pechino: martedì è arrivata la delegazione americana, guidata dal rappresentante al Commercio Robert Lighthizer, con il segretario al Tesoro Steven Mnuchin. Nel fine settimana si terrà il terzo round di negoziati ad alto livello con la delegazione cinese e il vice premier economista Liu He.

Trump pronto a far slittare la tregua
La tregua scade il primo marzo alle dodici. Senza un accordo scatterà l’aumento dei dazi Usa dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Trump martedì 12 febbraio ha fatto sapere di essere pronto a far slittare la tregua. Vuole arrivare a un accordo. E vuole essere lui a firmarlo con Xi.

Vertice a metà marzo a Mar a Lago
L’incontro tra i due presidenti potrebbe avvenire a metà marzo: i consiglieri di Trump hanno discusso la possibilità di un vertice con Xi a Mar a Lago, il resort del tycoon a Palm Beach, in Florida, dove verrebbe firmato l’accordo per porre fine alla guerra dei dazi tra le due potenze. Una decisione definitiva non è stata ancora presa. Sul tavolo ci sono anche altri luoghi, tra cui Pechino. Sembra però ormai probabile uno slittamento della scadenza, per consentire una convergenza sui capitoli ancora aperti, riguardo alle modifiche strutturali richieste dagli americani, all’azzeramento del deficit commerciale e alla tutela della proprietà intellettuale. La tregua slitta dunque.

Tutti vogliono l’accordo
Ma un accordo sembra probabile. Lo vogliono entrambe le parti, per diversi motivi. E i mercati ci credono. Negli Stati Uniti una coalizione formata da oltre 200 associazioni che rappresentano aziende dei vari settori - manifatturiero, agricolo, retail, tecnologia, petrolifero e perfino quella dei liquori - hanno avviato da mesi una campagna di sensibilizzazione, denominata Tariffs Hurt the Heartland, per chiedere alla Casa Bianca e ai rappresentanti del Congresso di porre fine alla guerra commerciale con la Cina. Una guerra che danneggia anche gli interessi della Corporate America.

La globalizzazione ha favorito la Cina
La Cina è il paese che è stato più favorito dalla globalizzazione. Negli ultimi 40 anni ha avuto una straordinaria crescita, con una aumento medio annuo del Pil dell’8 per cento. Il paese, 1,4 miliardi di persone, è uscito dallo stato di povertà, ha una classe media sempre più ampia, affamata di consumi. È cresciuto tanto da diventare la seconda economia mondiale e si prepara a superare gli Stati Uniti, nei prossimi decenni.

Più peso nelle organizzazioni internazionali
Se da un lato si è accresciuto il peso economico, industriale, finanziario e tecnologico della Cina, dal’altro Pechino ha ancora un ruolo tutto sommato limitato nelle organizzazioni internazionali. La Cina non fa parte del gruppo del G7 dei paesi più industrializzati. I suoi diritti di voto in sede Fmi e World Bank sono limitati rispetto al suo apporto e al peso economico del paese.

Capitalismo di stato
Quello cinese continua a essere un sistema autoritario, di capitalismo di stato. Pechino ha interesse a collaborare nelle sedi internazionali e a mostrare la disponibilità ad aprirsi. Ma fino a un certo punto. Non accetta di modificare le regole della sua economia statalista: le aziende statali sono essenziali per l’economia cinese, operano accanto a importanti aziende private, come Huawei, che prosperano, ma come campioni nazionali che devono sostenere gli interessi strategici del governo cinese se vogliono rimanere in attività.

Cambiamenti strutturali
Gli Stati Uniti chiedono cambiamenti strutturali al modello cinese. Economia di libero mercato. E cercano di riequilibrare il conto. Pechino non è disposta a rinunciare ai principi alle base della sua economia statalista. La partita con gli Usa si gioca su altri fronti oltre a quello commerciale.

Il primato nella tecnologia
Trump lunedì 11 febbraio ha firmato un ordine esecutivo per promuovere la ricerca e sviluppo sull’intelligenza artificiale. Attraverso l’American Ai Initiative, Trump vuole mantenere il primato americano nell’hi-tech messo a rischio dall’avanzata tecnologica cinese. La Cina non viene mai citata direttamente nel provvedimento, ma è evidente il riferimento alla seconda potenza mondiale per la corsa al dominio nell’intelligenza artificiale, nelle reti 5G e all’industria del futuro.

Huawei e le reti 5g
Un’altra partita che si sta giocando in questi mesi tra Stati Uniti e Cina è quella per il controllo delle reti per la nuova generazione wireless 5G, dossier su cui Huawei è all’avanguardia. Australia, Nuova Zelanda e Giappone hanno già risposto agli inviti della Casa Bianca e hanno escluso la società cinese dai loro network. Esattamente come è accaduto negli Usa stessi. La diplomazia americana è al lavoro perché i cinesi non abbiamo il dominio di questi network tecnologico sulle reti europee.

Primato Usa fino al 2035
Almeno fino al 2035, stando agli ultimi studi, gli Stati Uniti manterranno la leadership economica mondiale. Nonostante le politiche protezionistiche di Trump, secondo molti analisti non è da escludere che lo scenario successivo possa premiare la lunga marcia della Cina.

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