«Da 60 centesimi a un minimo di 1 euro al litro, è questo dove spero di arrivare questa sera e non mi alzerò dal tavolo sul latte fino a quando non lo ottengo». Anche il vicepremier Matteo Salvini interviene sull’annosa questione delle proteste degli allevatori sardi di latte ovino. Nell'isola, continua Salvini «si deve poter tornare a mungere, vendere e viaggiare in macchina e non tollero che per altre settimane ci siano strade bloccate».
La protesta dei pastori che chiedono una giusta remunerazione del prezzo del latte pagato alla stalla è sbarcata a Roma già da qualche giorno dopo che la mobilitazione ha coinvolto tutta la Sardegna. Con latte gettato in strada per protesta dall’Oristanese alla Gallura, dal Sulcis al Campidano. Attualmente i proprietari dei caseifici di pecorino romano pagano 60 centesimi al litro il latte di pecora, mentre gli allevatori dicono che servirebbe almeno un euro al litro.
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Da una parte gli industriali parlano di crisi del mercato del pecorino romano e di eccedenze nei magazzini, dall’altra gli allevatori presentano i conti in rosso delle loro attività: perdono 14 centesimi per ogni litro di latte venduto. «Nonostante sia un settore sostenuto da premi - spiega Raffaele Borriello, direttore generale Ismea - i margini delle aziende produttrici in Sardegna sono negativi perché il prezzo di vendita del latte agli industriali è troppo basso».
Il governo studia interventi
Intanto il governo sta studiando interventi di sostegno ai pastori per le perdite economiche, legate alla mancata produzione
e ai bassi prezzi, e ha sospeso le attività del Consorzio di tutela del pecorino romano dop, finalizzata all’approvazione
di un nuovo piano di produzione.
Fonte: Ismea

Crollo costante dei prezzi dal 2018
Il crollo dei prezzi del latte ovino sardo si era fatto pesantemente sentire già nel 2018: da luglio a dicembre il prezzo
- Iva inclusa - è costantemente sceso da 0,79 euro a 0,62 euro di fine anno. E l’anno è iniziato a gennaio con 0,63 euro
al litro nelle prime tre settimane è ulteriormente sceso a quota 0,60 euro nelle ultime tre settimane. Nello stesso periodo
però i costi variabili di produzione hanno raggiunto i 70 centesimi, segnando un margine negativo di 14 centesimi nella differenza
fra prezzi alla stalla e costi variabili. In sette mesi, da luglio a gennaio, persi 19 centesimi al litro sul fronte dei prezzi
alla stalla.
Se il pecorino romano italiano non è
Il pecorino romano - secondo i dati Ismea - è destinato per il 42% negli Stati Uniti, per il 39% in Italia e per il 19% in
Paesi europei ed extra Ue (12% nell’Unione europea e il 7 % in altri Paesi). Il problema è racchiuso nel crollo delle esportazioni
di pecorino romano nel nostro mercato di riferimento, gli Stati Uniti. Dove non sono diminuiti i consumi, ma sono cambiati
i Paesi di approvvigionamento. L’Italia nei primi 10 mesi 2018, secondo i dati Istat, ha esportato il 46% in meno di pecorino
romano rispetto al 2017. Scalzata dalla crescita delle esportazioni di pecorino da grattugia di paesi come Bulgaria (+36,4%),
Romania (+7%), Francia (+45%) e Spagna (+12%) . Lì vengono prodotti formaggi dai nomi italianissimi, ma senza latte made
in Italy.
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