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Michel Piccoli a Locarno: «Odio la tv di oggi, amo il vecchio cinema italiano»

di Boris Sollazzo

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10 agosto 2007

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LOCARNO - Michel Piccoli ha una grande carriera alle spalle e un futuro luminoso davanti a sé, nonostante l'età non più verde. Lo dimostra il Festival di Locarno che per i suoi trascorsi con Godard, Hitchcock, Ferreri, Bunuel, Bellocchio e tanti altri gli dà un meritatissimo Excellence Award alla carriera e, nel frattempo, lo ospita con il film forse più bello e poetico del Festival, «Sur le toits de Paris». Una pellicola struggente di Hinaar Salem (già autore dell'ottimo Vodka Lemon), che racconta l'estate parigina che fece 15mila vittime attraverso gli occhi dell'affascinante e malato Marcel, ottantenne che vive in una mansarda piccolissima e senza servizi. Un personaggio pieno di dignità e orgoglio, ma anche di dolore e malinconia, attorniato da amici e donne (stupende la giovanissima Marie Kremer e Mylene Demongeot, angeli custodi e custoditi dolci e dolenti), un'umanità varia e sofferente, vittima di una società individualista ed egocentrica. Un film quasi senza dialoghi, che dice molto, che urla l'ingiustizia e l'aridità a cui siamo giunti. A renderlo grande la regia di Salem, che sa rendere la vecchiaia sensuale e grandiosa, così come umiliante e terribile, e un grandel Piccoli, che è un Marcel da applausi, che strappa applausi, lacrime e sorrisi. Come il suo interprete, istrione, umile, brillante.

Cosa significa per lei questo premio, nel 60° compleanno di Locarno?
Due effetti, un grande piacere ma anche un peso, perché ho paura che sia uno di quei premi che si ottengono solo dopo una certa età. E questo mi rompe terribilmente. Io non guardo indietro, mai.

Allora guardiamo noi. Cosa ricorda di Marco Ferreri?

Marco Ferreri è una delle persone che più mi manca nella vita, come amico e come regista. Amavo la sua ricerca molto intelligente di spiegare come uomini e donne possono riuscire a vivere insieme: aveva tre passioni nella vita. La donna, che lui amava contrariamente a ciò che si diceva, il mare e i bambini. Come anche Bunuel e molti altri, purtroppo ne muoiono molti ultimamente. Penso ad Antonioni e Bergman, che hanno commesso un grande errore nella loro vita: non avermi mai chiamato a lavorare per loro. Gli italiani mi preferivano Mastroianni: un grande amico, uno splendido attore, un impareggiabile latin lover.

Cosa pensava di Michelangelo Antonioni?
Non l'ho conosciuto, ma solo guardandolo posso dire che Antonioni è talmente bravo che si potrebbe persino pensare che il cinema l'ha inventato lui.

Dell'Italia cosa invidia?

Avrei sempre voluto il talento di Totò.

Lei è innamorato del cinema italiano vecchio stile?
Ho un grande ricordo del cinema italiano e per questo mi addolora che ora sia diventato altro. Forse quei registi erano troppo grandi che si deve aspettare una terza generazione. Oppure è colpa di Berlusconi. O di entrambe le cose. Il cinema italiano soffre per ragioni politiche e finanziarie.

Colpa di Berlusconi? Quindi teme che Sarkozy possa far male al cinema francese?
No, un doppio effetto Berlusconi è impossibile, spero. Sarkozy è molto furbo, non intelligente ma scaltro, arrivista, grande lavoratore dall'enorme energia che cerca costantemente, ma non ci riuscirà a lungo, di nascondere che è di estrema destra. E forse anche i francesi, come l'Italia, stanno andando in deliquescenza e per questo l'hanno votato. Il mondo, le persone marciscono e così queste persone possono arrivare al potere.

In Italia la tv è considerata come il demonio, cosi anche in Francia?
In Francia la situazione è simile, il finanziamento è indirizzato alla tv, che è una dittatrice globale, mondiale. Ti obbliga a un certo formato: devono esserci solo belle ragazze sotto i 23 anni e nessuno sopra i 34, le meravigliosi attrici anziane sono completamente sparite e soprattutto devono piacere al grande pubblico. Che è un modo ipocrita per dire: deve rincoglionire. La tv è una dittatrice nella politica, nella vita, nella creatività, nello sfruttamento commerciale. Credo che sia l'opinione di tutti, tutti facciamo zapping che poi altro non è che il tic patologico segno di un rapporto malato con questo mezzo. Ormai abbiamo paura di parlare tra noi, e questo riguarda tutti gli strati sociali, poveri e ricchi. C'è persino un modo di parlare, le sole verità escono dalla tv, si parla di lei come un tempo si faceva citando Dio o il Papa. E poi c'è il dramma di chi ci lavora, che si vergogna, a ragione, più di chi la guarda. E' una forma di terrorismo economico, propagandistico, morale, artistico e politico.

Dove trova tutta questa energia?

Devo ringraziare autori, registi, colleghi attori che mi hanno insegnato i segreti della vita e come godermela. Un talento dei grandi realizzatori, come lo sono ora i cinesi, gli iraniani, i coreani. E non parlo solo di quelli più intellettuali. Sono i più grandi ora, ma in tv non li vedremo: perché in Occidente non siamo capaci di capire gli altri da noi. Sempre la solita tv che divide il mondo in due: quelli che la vedono dalle 6 del mattino alle 23, i "poveri stronzi", e poi i nottambuli, gli intellettuali, questa parolaccia. Loro possono far tardi, tanto non devono lavorare.

Farà un altro film come regista?

Sì, si chiamerà «Mia moglie» avrà una macchina, una commedia su una donna che compra una macchina, un ministro gentile e con dialoghi un po' surreali.

E tornerà a lavorare con Oliveira, vecchietto inesauribile come lei?

Ma lui ha quasi cento anni, è tutt'altra pasta! Oliveira è un mostro, fisicamente perfetto, un extraterrestre. Intelligente, colto ha quattro idee all'anno per fare un film e lo farebbe se glielo permettessero. Ha una passione per il cinema incredibile, che forse con la sua intelligenza, lo aiuta a vivere così a lungo. Ama molto anche i film degli altri. E si diverte tanto, questo è il segreto.

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