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Questo articolo è stato pubblicato il 19 luglio 2014 alle ore 08:14.
L'ultima modifica è del 23 luglio 2014 alle ore 11:32.

Aumentare gli scambi commerciali ma soprattutto gli investimenti. E non solo nell'oil&gas: agroalimentare, infrastrutture, turismo. In un'area, come quella dell'Africa subsahariana, che sta crescendo a ritmi elevati e che ha voglia di aprire le porte agli stranieri. Mozambico, Congo e Angola: sono le tre tappe della missione del presidente del Consiglio, da oggi a lunedì. È la prima visita di un capo di governo in questi Paesi e Renzi vedrà il presidente del Mozambico, Armando Guebuza, quello del Congo, Denis Sassou-Nguesso, e dell'Angola, Eduardo dos Santos. Dagli anni 90 questa zona africana ha avuto tassi di crescita in costante aumento, dal 2012 hanno superato quelli delle maggiori economie emergenti, i Bric (4,2 rispetto al 3,8). Un trend positivo che per l'Fmi continuerà.

«Sono Paesi che hanno un programma di crescita convincente, non vogliono cadere nella maledizione delle materie prime, ma vogliono uno sviluppo equilibrato facendo crescere anche manifatturiero e agroindustria. Ciò mette l'Italia nelle condizioni di essere un partner privilegiato», spiega il vice ministro allo Sviluppo, Carlo Calenda, che farà parte della missione, insieme ai vertici di Ice, Sace e Simest, e di una delegazione economico-imprenditoriale, con Confindustria, aziende tra cui Eni, Fs, Finmeccanica, gruppo Cremonini, Iveco. «La visita di Renzi è un passaggio politico fondamentale, un fatto epocale perché è la prima volta di un capo di governo italiano, oltre ad essere il coronamento di un anno di lavoro», continua Calenda, che è già stato tre volte in Mozambico, con delegazioni imprenditoriali, e ci tornerà a fine agosto, con l'obiettivo di portare alla Facim, la fiera internazionale di Maputo, 120 imprese, facendo dell'Italia il primo Paese espositore. Il settore agroindustriale è assai importante, non solo per il nostro Paese: «La tendenza - ha continuato il vice ministro - è quella di un profondo squilibrio tra domanda e produzione di cibo, se in Africa si svilupperà un'industria agroalimentare forte potrà essere una risposta. È una priorità assoluta».

L'Ice sta rafforzando la propria presenza: ad ottobre dell'anno scorso ha aperto un ufficio a Maputo, entro l'anno aprirà Luanda (Angola) ed Addis Abeba (Etiopia). La Sace ha un portafoglio di operazioni di export e investimenti italiani assicurati in Africa subsahariana di oltre 600 milioni di euro, in aumento del 77% rispetto ad un anno fa. Un incremento significativo che riflette la maggiore attenzione dell'istituto verso questa parte del continente africano (ha un ufficio a Johannesburg e un desk presso la sede di Nairobi dell'African Trade Insurance Agency). Partirà a settembre anche il programma Frontiers Markets, dedicato ai Paesi di frontiera, un'insieme di servizi (formazione, piano strategico ecc): si comincerà proprio con quest'area e Angola e Mozambico sono i Paesi dove Save vuole portare un numero crescente di pmi.

Complessivamente in Angola, Mozambico e Congo Sace ha un'esposizione per circa 140 milioni accanto a grandi aziende e pmi. Durante la missione saranno annunciate una linea di credito da 164 milioni per il completamento dei lavori di costruzione dell'autostrada Luanda-Soyo, affidati alla Cmc Ravenna; una linea di credito da 500 milioni di dollari risarvata a Sonangol, società petrolifera angolana, per l'acquisto di merci e servizi italiani, per favorire i rapporti tra l'azienda e le numerose imprese italiane attive nel settore oil&gas.

Osservando i dati, la crescita del Mozambico è prevista del +7,4 nel 2014 e del 7,6% nel 2015; nei primi 4 mesi del 2014 l'Italia ha conquistato la prima posizione come cliente, ma è 26° come fornitore. Il 26% dell'export è macchinari e apparecchiature; le nostre importazioni sono per il 90% metalli di base preziosi e metalli non ferrosi. Gli investimenti italiani nel 2013 sono cresciuti del 150% rispetto al 2012 per un totale di 27 milioni di dollari. In Angola si prevede una crescita media annua del Pil del 5% per i prossimi tre anni. Il settore oil è ancora più del 50% del Pil, per questo il governo vuole sostenere una diversificazione economica. Attualmente sono circa 27 le imprese italiane che hanno nel Paese una sede permanente.
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