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Questo articolo è stato pubblicato il 23 agosto 2014 alle ore 09:25.
L'ultima modifica è del 23 agosto 2014 alle ore 10:14.

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Dal 2008 il commercio globale è cresciuto con un ritmo un po' più lento rispetto al Pil globale. Il Doha Round dell'Organizzazione mondiale del commercio si è concluso con un fallimento. I negoziati per gli Accordi commerciali transatlantici e transpacifici procedono a rilento, frenati dalla resistenza di interessi particolari. Anche se molti esperti temono che il protezionismo stia compromettendo la globalizzazione, col rischio di intralciare la crescita economica globale, una crescita più fiacca dei commerci globali potrebbe tuttavia risultare inevitabile. Certo, per 65 anni, la rapida crescita commerciale ha rivestito un ruolo vitale e significativo per lo sviluppo economico. La creazione del mercato unico europeo ha ad esempio agevolato più intensi scambi commerciali intra-europei.

Tra il 1990 e il 2008 i commerci sono cresciuti a un ritmo doppio rispetto alla produzione globale. Non c'è motivo alcuno, tuttavia, che possa indurre a credere che il commercio dovrebbe continuare a crescere a tempo indeterminato più rapidamente del Pil. In effetti, anche se le barriere commerciali non esistessero proprio, in alcuni periodi i commerci potrebbero crescere in modo significativamente più lento rispetto al Pil. Alcuni fattori rendono possibile ritenere che si stia entrando in un periodo di questo tipo. Tanto per cominciare, dobbiamo prendere atto di modalità di consumo in continua evoluzione nelle economie avanzate. Le persone più facoltose spendono una percentuale sempre maggiore dei propri introiti in servizi che o sono impossibili da commercializzare (i pasti al ristorante, per esempio) o difficili da commercializzare (come i servizi sanitari).

Ma l'intensità del commercio può contrarsi anche per i manufatti. In parte il commercio di questo settore è trainato dalle differenze di costo della manodopera. La vistosa crescita della produzione cinese fino a questo momento ha riflesso l'esiguità dei salari, ma a mano a mano che in Cina e in altre economie emergenti i salari reali aumenteranno, diminuiranno di conseguenza gli incentivi per i commerci. Quanto più i guadagni globali convergeranno, tanto minore sarà il volume degli scambi commerciali che ci potranno essere. Oltre a ciò, come sostengono gli economisti Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee dell'Mit nel loro libro L'età delle macchine intelligenti, i rapidi progressi della tecnologia informatica potrebbero consentire un'automazione sempre più diffusa e ampia.

La ragione principale di questo lento avanzamento nei negoziati commerciali non è il dilagare del protezionismo; è il fatto che un'ulteriore liberalizzazione comporta che i difficili compromessi non sono più controbilanciati da verosimili smisurati vantaggi.
Mentre però i vantaggi globali potenziali della liberalizzazione dei commerci si sono ridotti, in alcuni paesi una minore intensità di commercio potrebbe tuttora ostacolare lo sviluppo economico. Negli ultimi 60 anni soltanto un esiguo gruppo di economie ha recuperato del tutto il distacco accumulato, acquisendo standard di vita equiparabili a quelle delle economie avanzate, e tutte hanno fatto affidamento su una crescita trainata dalle esportazioni per dare slancio alla produttività e alla creazione di posti di lavoro nel settore manifatturiero.

In futuro dipendere unicamente da quel modello di crescita sarà sempre più difficile. La Cina è talmente grande che deve mettere a punto motori trainanti interni della crescita in una fase di sviluppo di gran lunga anteriore rispetto a Giappone, Taiwan o Corea del Sud. Di conseguenza, le sue esportazioni inevitabilmente caleranno (rispetto al Pil).
Nel frattempo, per alcuni paesi a basso reddito, la produzione in aumento e l'automazione nel settore dei servizi del tipo di quelli descritti da Brynjolfsson e McAfee, sia nell'ambito delle economie avanzate sia nell'ambito di cluster industriali cinesi affermati, renderanno più difficile il raggiungimento dello status di paese a medio o alto reddito. E questa, naturalmente, è una sfida di tutto rilievo per le politiche dello sviluppo, che un'ulteriore liberalizzazione dei commerci potrà attenuare soltanto in parte.
(Traduzione di Anna Bissanti)
© Project Syndicate, 2014

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