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Questo articolo è stato pubblicato il 23 settembre 2014 alle ore 06:50.
L'ultima modifica è del 23 settembre 2014 alle ore 07:38.

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Ci ha provato ancora una volta, ieri a Bruxelles, a ricucire tra gli opposti estremismi europei ricordando che la crisi dell'eurozona «finirà soltanto con il ritorno della piena fiducia nell'economia reale e in particolare nella capacità e volontà delle imprese di rischiare, di investire e di creare posti di lavoro».
Ha ribadito che nessuno stimolo, monetario o fiscale, potrà avere effetti significativi senza riforme strutturali coraggiose capaci di migliorare la competitività del sistema Europa. Si è detto pronto, se necessario, a ricorrere a ulteriori strumenti non convenzionali per stimolare economia e inflazione a terra.
Nonostante l'aplomb imperturbabile come sempre, Mario Draghi sembrava il profeta Daniele nella fossa dei leoni, incalzato dalle domande di europarlamentari instancabili nel battere sugli stessi tasti: gli uni, socialisti e mediterranei, decisi a stanarne il rigorismo di fondo nel tentativo di convertirlo all'urgenza della crescita con un ruolo più attivo della Bce, anche nel sollecitare l'impegno dei paesi in surplus, la Germania, a investire nella domanda europea.

Gli altri, popolari, liberali e nordici, preoccupati invece della presunta deriva troppo espansiva della politica della Banca centrale con le operazioni Tltro, di una spregiudicatezza ai limiti del suo mandato e con l'assunzione di presunti rischi eccessivi per la stabilità finanziaria e per quella degli stessi conti della Bce.
Niente di nuovo, purtroppo. La stessa logica delle contrapposizioni frontali che, qualche ora prima a Berlino, aveva animato la prima visita del premier francese Manuel Valls e il suo incontro con il cancelliere Angela Merkel : segno di questi tempi grami che, invece di indurre l'Europa a serrare i ranghi ritrovando un minimo di spirito di solidarietà, la spingono a dividersi condannandola a un dialogo tra sordi sterile e autolesionista per tutti.
La Merkel ha risposto a Valls con il solito sorriso mite dai denti di acciaio: «Sono impressionata dal programma di riforme francesi ma sarà Bruxelles a decidere sul rinvio degli impegni assunti sul deficit».

Uno schiaffo elegante ma sonoro a Parigi, che ora si ritrova costretta a negoziare con la Commissione Ue senza l'avallo politico di Berlino sulla propria decisione di rimandare unilateralmente di altri 2 anni, cioè al 2017, la riduzione del deficit al 3% (oggi è al 4,4%). In realtà doveva già tagliare il traguardo nel 2013: per questo i tedeschi non si fidano più delle promesse francesi. Pretendono i fatti. Come del resto nel caso dell'Italia.
Resta che di questo passo, con la Germania che chiede ai partner serietà su consolidamento di bilancio e riforme strutturali sostenendo, per bocca del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, e con Francia e Italia che invece ritengono vitale la spinta alla crescita proprio per fare le riforme invocate a Berlino, si rischia un pericoloso surplace, gravido di tensioni che promettono male per la stabilità dell'euro. Di sicuro allontanano nel tempo quel recupero di fiducia nell'economia reale che, avverte Draghi, è l'unico vero toccasana anti-crisi.
In questo clima di profonde disarmonie, di opposte resistenze, comprensibili ma poco lungimiranti da entrambe le parti in contesa, la Bce può pompare liquidità nelle banche a costo quasi zero, può favorire la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro nella speranza di fornire ossigeno all'economia reale. Ma da sola non può guarire la crisi di fiducia che la paralizza.

Per questo anche gli appelli in sede di G-20 del segretario al Tesoro americano Jack Lew per il rilancio della domanda in Europa sono destinati a cadere nel vuoto.
Nonostante un recente studio tedesco dimostri, dati alla mano, che oggi anche in Germania l'economia ha un disperato bisogno di investimenti per ritrovare un tasso di sviluppo robusto e duraturo. Eppure nulla sembra scoraggiare il braccio di ferro tra le due anime, meglio tra i pregiudizi contrapposti che tormentano l'eurozona. Però il gioco appare sempre più rischioso. Il debito dell'Italia corre verso il 150% del Pil, quando diventerà insostenibile? si chiedeva ieri un quotidiano inglese. Risposta facile: con l'asfissia della crescita. Davvero c'è qualcuno a cui conviene mettere Francia e Italia con le spalle al muro?

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