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Questo articolo è stato pubblicato il 27 settembre 2014 alle ore 08:20.
L'ultima modifica è del 27 settembre 2014 alle ore 09:58.

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In uno dei momenti più difficili e delicati nelle relazioni tra Russia e Ue, un nuovo caso giudiziario fa tornare alla mente la storia di Mikhail Khodorkovskij e della sua Yukos, la compagnia petrolifera sequestrata e poi finita in mano a Igor Sechin, il potente capo di Rosneft e uno dei nomi più in vista nella "lista nera" delle sanzioni americane. Ieri mattina la Corte di arbitrato di Mosca ha disposto il sequestro delle azioni di Bashneft, compagnia petrolifera dell'oligarca Vladimir Evtushenkov, agli arresti domiciliari. L'accusa è di violazioni compiute all'epoca dell'acquisizione della compagnia, ma il sospetto è che Evtushenkov - di cui non si conoscono ambizioni politiche - sia finito nei guai perché tempo fa si rifiutò di vendere Bashneft proprio a Sechin, che già aveva inglobato in Rosneft Yukos, la compagnia di Khodorkovskij. Ora le azioni della sua holding, Sistema, e di Bashneft stanno crollando alla Borsa di Mosca, così come crolla il rublo che ha superato per la prima volta soglia 49 contro un dollaro. L'ipotesi che lo Stato si appresti a mettere le mani sulla proprietà di Evtushenkov conferma l'idea che Vladimir Putin, che si sente sotto attacco per la crisi con l'Occidente nata in Ucraina, stia reagendo consolidando ancora di più il controllo dello Stato e dei falchi sul Paese. E dunque anche sull'economia. È esattamente la direzione contraria a quella auspicata dai sostenitori delle sanzioni contro la Russia: creare le condizioni per dividere all'interno la classe dirigente russa. Che, con le buone o con le cattive, resta compatta dietro al presidente.

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