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Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2014 alle ore 08:20.
L'ultima modifica è del 30 settembre 2014 alle ore 08:51.

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Per sessant'anni i vari governi tedeschi hanno cercato di rendere la Germania più europea, oggi invece l'amministrazione della cancelliera Angela Merkel vuole ridisegnare le economie europee a immagine e somiglianza tedesca. Una politica incauta ed economicamente pericolosa. Lungi dall'essere l'economia più solida d'Europa - come millantano il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble e altri - l'economia tedesca è disfunzionale.

Ora, la Germania i suoi punti di forza ce li ha, è innegabile: aziende di fama mondiale, bassi livelli di disoccupazione e un rating del credito eccellente, ma anche salari stagnanti, crac bancari, investimenti inadeguati, deboli incrementi della produttività, un tasso demografico deprimente e una crescita della produzione anemica. Il suo modello economico fondato su una politica "beggar-thy-neighbour" che ricerca vantaggi competitivi a danno altrui - nella fattispecie una compressione salariale per sostenere le esportazioni - non può essere d'esempio per il resto dell'eurozona. L'economia tedesca si è contratta nel secondo trimestre del 2014 ed è aumentata solo del 3,6%o dallo scoppio della crisi finanziaria mondiale nel 2008, poco più della Francia e del Regno Unito, ma meno della metà di Svezia, Svizzera e Usa. Dal 2000, la crescita annua del Pil è stata solo dell'1,1%, collocandosi al tredicesimo posto dell'eurozona che conta 18 membri.

Considerata come "il Paese malato dell'Europa" quando nel 1999 venne lanciato l'euro, anziché puntare sul dinamismo, la Germania rispose tagliando i costi. L'investimento è sceso dal 22,3% del Pil nel 2000 al 17% nel 2013. Le infrastrutture come autostrade, ponti e persino il canale di Kiel, si stanno deteriorando dopo anni di trascuratezza. L'istruzione scricchiola: il numero di nuovi apprendisti ha raggiunto i livelli post-riunificazione, il Paese ha meno giovani laureati (29%) rispetto alla Grecia (34%) e le sue università rientrano a malapena fra i 50 atenei migliori del mondo. Traballante per il sottoinvestimento, l'artritica economia tedesca sta cercando disperatamente di adattarsi. Nonostante la riforma del mercato del lavoro dell'ex cancelliere Gerhard Schröeder, è più difficile licenziare un dipendente assunto a tempo indeterminato in Germania che in qualsiasi altro Paese dell'Ocse. La Germania langue al 111esimo posto per le agevolazioni alle nuove attività stando alla classifica globale Doing Business della Banca Mondiale. Le sue principali industrie sono vecchie e radicate, il Paese non ha sfornato un equivalente di Google o Facebook e il settore dei servizi è particolarmente arretrato. Secondo l'Ocse, negli ultimi sette anni il governo tedesco ha introdotto meno riforme di stimolo alla crescita rispetto a qualsiasi altra economia avanzata. La crescita annua della produttività degli ultimi 10 anni, di un mero 0,9%, è stata più lenta persino del Portogallo. E il costo della stagnazione ha finito per gravare sulle spalle dei lavoratori. Anche se la loro produttività è aumentata del 17, 8% negli ultimi 15 anni, oggi guadagnano meno in termini reali rispetto al 1999 quando un accordo tripartito fra governo, aziende e sindacati stabilì un tetto salariale. Gli imprenditori possono anche esultare, ma tagliare i salari compromette le prospettive a lungo termine dell'economia scoraggiando l'ambizione dei lavoratori verso qualifiche più alte e le aziende dall'investire in una produzione di maggior valore.

I tagli ai salari indeboliscono la domanda interna sostenendo le esportazioni su cui si fonda la crescita tedesca. Anche l'euro, che è senza dubbio molto più debole di quanto non sarebbe stato il marco tedesco, ha contribuito riducendo i prezzi delle merci tedesche e impedendo a Francia e Italia di continuare a deprezzare le loro divise. Fino a poco tempo fa, l'euro ha anche contribuito a far esplodere la domanda estera del Sud dell'Europa, mentre il fulmineo sviluppo industriale cinese ha fatto aumentare la domanda di esportazioni tradizionali tedesche.

Ma con il Sud dell'Europa depresso e l'economia cinese in fase di decelerazione e meno orientata all'investimento, la macchina esportatrice tedesca ha rallentato. La sua quota di esportazioni globali è diminuita dal 9,1% nel 2007 all'8% nel 2013 - raggiungendo gli stessi livelli bassi del periodo "malato" quando il Paese stava affrontando la riunificazione. Questo perché le auto e altre esportazioni "made in Germany" adesso contengono molti pezzi prodotti in Europa centrale e orientale, e così la quota di esportazioni tedesche ha toccato un livello mai raggiunto prima in termini di valore aggiunto.

I politici tedeschi si vantano del grande surplus delle loro partite correnti - 197 miliardi di euro (262 miliardi di dollari) a giugno 2014 - considerandolo un segno della superiore competitività tedesca. Perché, allora, le aziende non vogliono investire di più nel Paese?

Il surplus esterno è di fatto il sintomo di un'economia sofferente. I salari stagnanti alimentano le eccedenze delle aziende mentre la spesa ridotta, un terziario asfittico e le start-up rachitiche stroncano l'investimento interno con il risultato che il risparmio in eccesso viene spesso investito oltreoceano. Secondo l'istituto di ricerca economica Diw Berlin, tra il 2006 e il 2012, il valore del portafoglio estero tedesco è diminuito di 600 miliardi di euro ovvero 22% del Pil. Peggio, più che essere «un'ancora di stabilità» per l'eurozona come va dicendo Schäuble, la Germania è fonte di instabilità. La scarsa disponibilità delle banche nel prestare i risparmi in eccesso ha alimentato una bolla dei prezzi degli asset prima della crisi finanziaria e da allora ha creato una deflazione del debito. E la Germania non è nemmeno una "macchina di crescita" per l'eurozona. Anzi, la sua debole domanda interna ha smorzato la crescita altrove. Di conseguenza, le banche e i contribuenti tedeschi hanno meno probabilità di recuperare i loro cattivi prestiti al Sud dell'Europa.

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