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Questo articolo è stato pubblicato il 16 ottobre 2014 alle ore 06:40.
L'ultima modifica è del 16 ottobre 2014 alle ore 07:11.

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I limitati successi conseguiti nelle ultime ore dalle milizie curde e dai militari iracheni contro lo Stato Islamico (IS) non sembrano sufficienti a giustificare l'ottimismo del presidente Barack Obama per il quale «la strategia degli Stati Uniti in Iraq e in Siria sta avendo successo». A Kobane, grazie soprattutto a 18 raid effettuati in 36 ore, i curdi hanno riconquistato un paio di postazion inei quartieri settentrionali e un villaggio a quattro chilometri dalla città al confine con la Turchia occupata per metà dai jihadisti. Sul fronte iracheno truppe di Baghdad e milizie tribali hanno respinto ieri un attacco dell'IS teso a conquistare Ramadi, capoluogo della provincia occidentale di al-Anbar da dove le forze del Califfato sono avanzate fino ad appena 12 chilometri dall'aeroporto della capitale irachena. Al summit tenutosi martedì nella base aerea di Andrews, nei pressi di Washington, i vertici militari dei 22 Paesi della Coalizione hanno convenuto di rafforzare il dispositivo aereo ma sono emerse anche le divergenze. Le monarchie del Golfo, Turchia e Francia temono che un eventuale successo dei curdi e della campagna aerea (il 95% dei raid sono effettuati da jet americani) possano rafforzare il regime di Bashar Assad. Al vertice il capo di stato maggiore della Difesa italiano, l'ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha presentato il contributo offerto dall'Italia allo sforzo bellico alleato: alcune aerocisterne, due droni, un team di istruttori e forse altre armi per le forze curde ma nessun aereo da combattimento. Sull'impegno militare italiano nel conflitto riferirà oggi alle commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Roberta Pinotti. (Gianandrea Gaiani)

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