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Questo articolo è stato pubblicato il 19 dicembre 2014 alle ore 08:26.
L'ultima modifica è del 19 dicembre 2014 alle ore 08:27.

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«La Guerra fredda deve finire una volta per tutte»: al suo arrivo al vertice europeo, François Hollande ieri è stato perentorio commentando la distensione intervenuta tra Stati Uniti e Cuba, dopo 55 anni di gelo assoluto.

Pronunciando quella frase il presidente francese non poteva non pensare alla Russia di Vladimir Putin, il 29° convitato di pietra del summit, il leader nazionalista che, con l'annessione della Crimea e l'attiva destabilizzazione dell'Ucraina, ha resuscitato in Europa una guerra che si credeva sepolta per sempre.
L'Europa dei 28, che si è ritrovata ieri a Bruxelles, attraversa una congiuntura difficile: crescita catatonica, prezzi in caduta, disoccupati alle stelle, tensioni sociali e politiche in aumento. Tra tassi di interesse bassi, euro debole e prezzi del petrolio in caduta può però sperare in una boccata di ossigeno. A patto che il tracollo della Russia, cui non sono estranee le sanzioni euro-americane, non ci metta lo zampino.
Sarà perché business e industrie europee soffrono le misure punitive contro Mosca. Sarà perché forse aspira a diventare l'interlocutore privilegiato di Putin in un negoziato che non decolla e finora ha visto Angela Merkel non cavare un ragno dal buco. Fatto sta che ieri Hollande è stato il primo leader Ue a rompere la precaria unità di facciata che finora l'Europa era riuscita a salvaguardare nel dialogo ufficiale con Mosca.
«Se dalla Russia arriveranno i gesti che ci aspettiamo, non c'è ragione di imporre nuove sanzioni. Al contrario bisogna considerare come potremmo pilotare una de-escalation» ha affermato Hollande. Se voleva dare una nuova spallata all'asse franco-tedesco da tempo fragilizzato ai limiti della rottura, il presidente francese non poteva fare meglio.
Poche ore prima davanti al Bundestag il cancelliere tedesco aveva infatti ritenuto prematuro parlare di allentamento delle sanzioni, definite «inevitabili» fino a che Mosca non rispetterà il diritto all'autodeterminazione dei popoli.

«R inunciando alla difesa del principio che ha permesso ai Paesi dell'Europa dell'Est di seguire la propria strada, avalleremmo una nuova divisione dell'Europa in sfere di influenza. Sarebbe un grande passo indietro non solo per l'Ucraina ma anche per la sicurezza europea e per l'Europa intera. Per questo non possiamo permetterlo e non lo permetteremo» ha concluso la Merkel.
Sulla sua linea dura sono arroccati ovviamente tutti i Paesi dell'Est e non pochi del Nord. Dalla parte della Francia sono schierate invece Italia e Austria.
Sullo sfondo il grande teorema irrisolto dei rapporti tra Europa e Russia, la ricerca di una strategia globale di lungo termine che guardi oltre l'Ucraina all'assetto del continente, ai Paesi del Caucaso e dell'Asia centrale. Impresa impossibile senza la normalizzazione con Mosca, senza il superamento delle divisioni intra-europee e senza l'allentamento del vincolo di dipendenza energetica.
«Putin deve cambiare in modo radicale il suo atteggiamento verso il resto del mondo. Sarebbe solo una buona notizia se riuscissimo a instaurare un rapporto costruttivo» ha dichiarato Lady Pesc Federica Mogherini, reduce da Kiev. Ma dal Cremlino arrivano segnali di arroccamento bellicoso, accuse all'Europa e agli Stati Uniti di congiurare contro la stabilità economia del Paese. «La Russia però è come l'orso che difende il suo territorio con le unghie e con i denti e non si lascia incatenare» ha avvertito ieri Putin, bocciando come «inaccettabili» le sanzioni contro l'annessione della Crimea.

Il vertice, che ha deciso di accelerare a marzo l'avvio dell'Unione energetica e la diversificazione delle fonti per ridurre la dipendenza da Mosca, non doveva comunque pronunciarsi sul varo di nuove misure punitive. Quelle vigenti scadranno tra marzo e il luglio prossimo: per rinnovarle ci vorrà l'unanimità dei 28 che al momento appare una chimera. L'Europa ha un disperato bisogno di unità per sperare di convincere Putin a negoziare seriamente. Invece ieri a Bruxelles, invece di provare a ricucire le proprie divisioni è riuscita ad approfondirle. Con un'America debole e un'Europa incapace di concordia interna, Putin può continuare a giocare impunemente alla destabilizzazione continentale, alla nuova guerra fredda. Speriamo non per i prossimi 55 anni, alla maniera di Fidel Castro e Stati Uniti.

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