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Questo articolo è stato pubblicato il 23 dicembre 2014 alle ore 07:33.
L'ultima modifica è del 23 dicembre 2014 alle ore 08:24.

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Sembra che la Fed si stia preparando a dare una stretta alla politica monetaria, nonostante l'inflazione rimanga al di sotto dell'obbiettivo.

E io concordo con ciò che ha scritto Ryan Avent sull'Economist: se dovesse farlo, sarebbe un grosso errore; come fu un grosso errore la decisione del presidente della Bce Jean-Claude Trichet di alzare i tassi nel 2011, proprio com'è stato un grosso errore la decisione della Riksbank (la Banca centrale svedese) di alzare troppo presto i tassi, proprio come fu un grosso errore la decisione del Giappone di alzare i tassi nel 2000. Sembra strano che i funzionari della Fed non lo capiscano. Ma il mio sospetto è che lo capiscano benissimo e che si stiano lasciando condizionare, non so perché, a fare comunque la cosa sbagliata.
Il problema non sta nel fatto che sappiamo che l'economia americana è ancora lontana dalla piena occupazione. È una questione di soppesare i rischi. I danni che farebbe la Fed se alzasse i tassi troppo presto superano largamente quelli che farebbe se aspettasse troppo a lungo. Supponiamo che la Fed aspetti troppo ad alzare i tassi: che succederebbe? L'inflazione salirebbe ma probabilmente non di molto. Sarebbe fastidioso e sgradevole, e senza dubbio ci sarebbero inchieste parlamentari che accuserebbero la Fed di aver indebolito la moneta. Ma tutto sommato non sarebbe un grosso problema. Supponiamo, invece, che la Fed alzi i tassi per poi scoprire che avrebbe dovuto aspettare. La scelta potrebbe rivelarsi disastrosa. L'economia potrebbe scivolare in una trappola di bassa inflazione, in cui i tassi di interesse a zero non sarebbero sufficienti a invertire la tendenza: è quello che è successo in Giappone e che sta succedendo, quasi certamente, nell'Eurozona. Ormai ci sono fondate ragioni per sospettare che una recessione prolungata potrebbe infliggere grossi danni alla capacità produttiva dell'economia americana.

Se qualcuno vi dice che questi rischi non sono così grossi, tenete a mente che non facevano che dirci che un tasso di inflazione del 2 per cento era sufficiente a ridurre al minimo (meno del 5 per cento ogni anno) i rischi di andare a sbattere contro lo zero lower bound. Peccato che sui circa vent'anni trascorsi da quando l'inflazione è scesa intorno al 2 per cento, sei – il 30 per cento del tempo! – li abbiamo passati in una trappola della liquidità. Tutto questo significa che faremmo bene ad aver paura di perdere la nostra chance per uscire dalla trappola solo per la smania di normalizzare troppo presto la politica monetaria.
So che Janet Yellen, presidente della Fed, Stan Fischer, vicepresidente, e tutti i loro collaboratori queste cose le sanno. Conoscono la storia recente e l'analisi economica relativa. Allora perché sembra che stiano preparando il terreno per aumenti prematuri dei tassi? La mia ipotesi è che si siano fatti intimidire dai continui attacchi alla politica del denaro a buon mercato. Insomma, la mia ipotesi è che la Fed, ora che l'occupazione migliora, sia tentata di ottenere un po' di tranquillità alzando un po' i tassi, giusto per mettere a tacere i contestatori per qualche mese. Ma di ragioni oggettive per alzare i tassi non ce ne sono. I rischi di una stretta prematura sono enormi e non è il caso di correrli fino a quando non avremo una ripresa solida, che includa robusti aumenti dei salari e un'inflazione chiaramente avviata a superare l'obbiettivo.
(Traduzione di Fabrizio Galimberti)

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