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Questo articolo è stato pubblicato il 27 luglio 2014 alle ore 08:14.
L'ultima modifica è del 27 luglio 2014 alle ore 13:49.

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Credo che dovremmo farlo di più.
Credo che dovremmo farlo anche quando, al ristorante, siamo seduti vicino a un adulto.

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Muri e verifiche
Ho letto un bellissimo articolo di Massimo Recalcati (su «Repubblica», 2 giugno), a proposito di uno scritto di Lacan che s'intitola Io parlo ai muri e riguarda l'insegnamento, oserei dire l'arte dell'insegnamento.
Un maestro sa insegnare solo se parla ai muri è il titolo dell'articolo. Insegnare è parlare ai muri: formula metaforicamente coraggiosa, eversiva, provocatoria, in totale controtendenza. La prendo subito per mia, a costo di reinterpretarla un po', e forse fraintenderla.
Mi piace il fatto di attribuire una valenza positiva al parlare ai muri. Insegnare accettando l'ipotesi di non essere capiti, non essere accolti. Accettare che la nostra voce rimbalzi contro le pareti dell'aula, e possa anche non arrivare. Con dolore, per noi, certo. Ma quel dolore ci serve.
La consapevolezza di trovare muri alla nostra voce, ai messaggi che secondo noi sono così alti e meravigliosi e che, invece, possono benissimo essere insignificanti per i nostri uditori, è una grande lezione. Anche di umiltà. E chi insegna deve acquisire, e mantenere, un'umiltà. È consustanziale al suo mestiere. L'umiltà di pensarsi in-significanti, in-essenziali, nella vita di un ragazzo. Oggi più che mai. Oggi che il mondo rema contro i valori più alti e profondi della cultura, e della cultura umanistica in primis, noi insegnanti dobbiamo accettare che la nostra voce possa anche andare persa.
Anzi, non dovremmo neanche chiederci se quel che diciamo in classe arrivi o no. Noi dobbiamo solo parlare col massimo entusiasmo, mandare la voce in giro, spargere all'aria messaggi per noi vitali, parole, versi, racconti amati, pieni del nostro amore. Finisce lì. Può finire lì, il nostro lavoro sarà comunque già compiuto. Non è necessario poi per forza andare a controllare dove queste parole-semi siano cadute, e quanto abbiano attecchito. Dobbiamo sperare, e credere fermamente, che ciò avvenga; senza andare a controllare di continuo, ossessivamente.
Ogni parola che mandiamo nell'aria è perché rimanga, penetri, fiorisca in altro da sé, dia origine ad altra vita, ad altra voce. È questo che vogliamo, è l'anima stessa del nostro lavoro di insegnanti. Ma non ce ne dobbiamo curare più che tanto, dobbiamo solo desiderare che qualcosa a qualcuno arrivi. E ogni volta lasciare la classe sperando di avercela fatta e senza esserne mai certi.
Il nostro lavoro è desiderio e speranza, non verifica, e certezze oggettive. Non tutto può essere "oggettivo" nel lavoro dell'insegnante. Per fortuna! È un po' come nei lavori artistici, d'altronde; l'arte non dà di sicuro certezze, anzi, semmai ce le toglie, le certezze.

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