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Salvini alla battaglia della cannabis: «Direttiva contro i…

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Servizio |due chiusure nelle marche

Salvini alla battaglia della cannabis: «Direttiva contro i negozi». Ecco quanto vale il settore

«Arriva un uomo con la chitarra in mano che canta “fuma marijuana, se puoi”». Era il 1972 e un John Lennon perso nei fumi di New York City profetizzava orizzonti di libera cannabis. Quarantasette anni più tardi forse non ci sarà stata la liberalizzazione universale della ganja, ma è indiscutibile un processo di depenalizzazione in atto un po’ ovunque, in Occidente. Italia compresa: la Legge 242/2016 ha aperto al business della canapa depotenziata. Un processo che sembra arenarsi di fronte alle ultime esternazioni del vicepremier Matteo Salvini: «Chiuderemo tutti i negozi che vendono cannabis».

GUARDA IL VIDEO. Salvini: la cannabis legale non è nel contratto di governo

Arriva una direttiva
La cornice delle dichiarazioni è quella di un incontro con i rappresentanti delle comunità di recupero tossicodipendenti, il bersaglio principale principale è l’«Hemp Fest» in corso a Milano fino al 5 maggio («Vieteremo ogni tipo di festa legata alla canapa», ha aggiunto Salvini), ma a livello locale a quanto pare già ci si porta avanti con il lavoro: «Ringrazio le forze dell’ordine e la magistratura perché è in corso la chiusura di tre cannabis shop a Macerata, Porto Recanati e Civitanova Marche. Spero che il modello Marche possa essere seguito da altre regioni italiane. Oggi stesso manderò una direttiva con questa indicazione», ha aggiunto il ministro degli Interni leader della Lega. In realtà i negozi chiusi nella regione del centro Italia sono tre, secondo quanto riferito dal questore di Macerata Antonio Pignataro: «Si possono vendere shampoo e saponi», secondo il funzionario di polizia, «ma non le infiorescenze di canapa», senza le quali però «questo tipo di negozi non coprirebbe le spese». E comunque, a giudizio di Pignataro, «la cannabis legale non esiste e il limite di Thc di 0,5 è ingannevole».

Le polemiche Lega-M5S
Siamo in campagna elettorale e, come niente, ti scoppia una polemica politica tutta interna al governo gialloverde: «Non bisogna dare informazioni sbagliate - ha replicato il ministro della Salute Giulia Grillo, esponente del Movimento 5 Stelle - perchè nei canapa shop non si vende droga. Se per caso Salvini come ministro dell’Interno è in possesso di informazioni che io non ho, e questo è pure possibile, chiaramente allora bisogna fare altro ordine di considerazioni». Sulla faccenda interviene anche Luigi Di Maio, l’altro dioscuro del governo Conte: «Dire di essere contro la droga è come dire di essere per la pace nel mondo, siamo tutti d’accordo: più controlli fa meglio è, nessuna volontà di non sostenere il ministro dell’Interno nella lotta alla droga. Controlli, per
carità, e immagino anche lotta alla mafia».

La proposta Mantero
Un’uscita che si chiama dietro la replica anti-pentastellata di Salvini: «Il senatore dei 5 Stelle Mantero ritiri la proposta sulla droga libera. Non è nel contratto di governo e non voglio lo Stato spacciatore». Tra gli effetti dell’annuncio del ministro degli Interni, se non altro, c’è l’annullamento del Festival Internazionale della Canapa, in programma dal 17 al 19 maggio al Pala Alpitour. «Il ministro Salvini - spiegano quelli di Sativa Torino Expo -ha divulgato un’intervista dove cita il festival della canapa e lo definisce uno scempio, oltre a giurare di far chiudere qualunque punto vendita commercializzi la canapa sativa».

I numeri di Aical e Coldiretti
Quanto muove, in termini economici, la cannabis legale? Sono 2.087 in Italia i punti vendita di cannabis light aderenti all’Aical, l’associazione nata nel 2018 che riunisce sette tra le principali aziende del settore. Secondo i dati diffusi sul sito, il fatturato è di 6,5 milioni, la superficie coltivata è di 58,5 ettari. Dati molto diversi da quelli forniti da Coldiretti, per la quale i terreni coltivati sono saliti dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4000 stimati per il 2018 nelle campagne. «Per la coltivazione e vendita di piante, fiori e semi a basso contenuto di principio psicotropo (Thc) - dichiarava l’associazione di categoria nel suo parere al Consiglio Superiore di Sanità - si stima un giro d’affari potenziale di oltre 40 milioni».

Un business (potenziale) da 400 milioni
Cifre che, in questo caso, non si allontanano molto da quelle elaborate da Davide Fortin, economista dell’Università Sorbona di Parigi e ricercatore associato del Marijuana Policy Group, in queste settimane impegnato a un sondaggio online sui modelli di consumo di cannabis light. «In uno scenario di piena regolamentazione del settore - spiega - l’indotto generato dalla domanda italiana per le sole infiorescenze non farebbe fatica ad alimentare un giro d’affari da 46 milioni che, allargato ai prodotti contenenti Cbd come oli, creme e altri generi alimentari e cosmetici, potrebbe raggiungere i 400 milioni di giro d’affari». Condizionale obbligatorio perché, secondo lo studioso, «l’opacità legislativa scoraggia l’incontro tra domanda e offerta».

Aspettando la Cassazione
Il quadro dovrebbe - meglio dire potrebbe - chiarirsi il prossimo 30 maggio, data entro la quale è attesa la decisione della Cassazione a sezioni unite intorno alla destinazione d’uso delle infiorescenze. Una precedente sentenza della Corte ha stabilito infatti che si può vendere cannabis con un tassi di Thc inferiore allo 0,6 per cento. Ma non sono mancati casi in cui i magistrati hanno convalidato sequestri di hemp shop ipotizzando lo spaccio di stupefacenti. Una pronuncia che faccia finalmente giurisprudenza, oggi più che mai, serve. Perché prima o poi dovrà pur finire questa campagna elettorale. Prima o poi, diceva il solito Lennon, dovranno pur darci un po’ di verità.

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