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Datori di lavoro e dipendenti: ecco cosa cercano (davvero) a vicenda

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RANDSTAD EMPLOYER BRAND 2018

Datori di lavoro e dipendenti: ecco cosa cercano (davvero) a vicenda

Il work-life balance, dal punto di vista di chi cerca impiego, è il fattore più considerato, molto più della componente retributiva. Dal lato delle aziende, i parametri su cui puntare per attirare talenti sono altri, a cominciare dalla solidità finanziaria e dalla reputazione dell’impresa per finire con la disponibilità di tecnologie avanzate sul posto di lavoro. L’edizione 2018 del Randstad Employer Brand ha messo in evidenza una dicotomia in molti casi origine di una crescente propensione al cambiamento, tendenza che nel 2017 ha interessato il 17% degli italiani.

L’indagine alla base del rapporto, condotta dall’istituto di ricerca Kantar TNS su oltre 175mila persone di età compresa tra 18 e 65 anni in 30 diversi Paesi, ha messo a fuoco anche la realtà italiana, misurando il livello di attrattività percepita dai possibili dipendenti delle aziende tricolori. Oltre 5.800 i soggetti intervistati (fra occupati, non occupati studenti, uomini e donne) e a loro è stato chiesto quali sono i fattori che rendono un’impresa di dimensioni medio-grandi (oltre i mille dipendenti) attrattiva.

L’equilibrio tra vita professionale e vita privata, come detto, è in generale lo stimolo più importante per il 55% del campione italiano di lavoratori o aspiranti tali, seguito dall’atmosfera piacevole (citata nel 51% dei casi), dallo stipendio e dai benefit (48%), dalla sicurezza del posto (stabile al 46%) e dalla visibilità del percorso di carriera (38%). Se questo è lo scenario macro, comunque rappresentativo dell’intera popolazione lavorativa, vi sono sostanziali differenze se andiamo nello specifico delle singole categorie.

Gli addetti maschi, per esempio, danno più importanza a salario e benefit (vale per il 50% di questo cluster) rispetto alle colleghe che invece sono più portate a vedere come priorità il work life balance (57%); il 42% dei lavoratori più anziani, fino ai 64 anni di età, si orienta invece maggiormente su aziende dalla comprovata solidità finanziaria mentre la quasi la metà dei lavoratori a bassa scolarità (il 49% per la precisione) ha come prima preoccupazione la sicurezza dell’impiego. Dall’altra parte della barricata ci sono le aziende e vi sono dinamiche di “ingaggio” che non sembrano allineate con le aspettative dei potenziali dipendenti, almeno per ciò che riguarda le aspettative in cima alla lista dei desideri dei lavoratori.

Questo disallineamento, se tale si può definire, contribuisce in modo direttamente proporzionale alle intenzioni di cambiare azienda, tanto che la percentuale di addetti italiani che dichiara di voler lasciare il proprio impiego nel corso del 2018 arriva al 32%. Cosa li spinge a cercare un altro lavoro? Lo stipendio troppo basso è in assoluto la prima ragione (citata nel 45% dei casi), seguita dallo sbilanciamento del rapporto fra vita privata e lavorativa (39%) e, nell'ordine, dalla scarsa visibilità del percorso di carriera, dai poco stimolanti contenuti professionali e dall’instabilità finanziaria.

Che abbiano intenzione di cambiare azienda o meno, gli italiani avvertono comunque la necessità di impegnarsi per restare competitivi sul mercato. La strategia per mantenere elevato il proprio livello di occupabilità passa attraverso “requisiti” quali l’apertura ai cambiamenti (indicata dal 51% del campione), la propensione a socializzare con colleghi (anche di ruolo superiore) e la propria rete professionale (48%), la disponibilità ad accettare un orario di lavoro flessibile (40%) e l’impegno a frequentare corsi di formazione per aggiornare le proprie competenze (36%).

C’è quindi un interessante capitolo del rapporto (che ha eletto come imprese più attrattive per i potenziali dipendenti Automobili Lamborghini, Florim, Coca-Cola HBC Italia e Ikea) che fa luce sulle motivazioni che inducono i lavoratori italiani a restare in azienda. Il fattore che pesa di più in tal senso è l’equilibrio fra vita professionale e privata (indicato dal 45% del campione) e precede la sicurezza del posto di lavoro, la solidità finanziaria e la qualità del contenuto lavorativo. C’è quindi coerenza fra le aspettative di chi un impiego lo sta cercando e chi se lo tiene stretto, e tale coerenza suona come una sorta di invito a procedere per le imprese (e per gli Hr manager in particolare): il work life balance, oggi, è un aspetto assai importante della cultura aziendale, probabilmente decisivo nell’ottica di creare le condizioni per attirare (e mantenere) i cosiddetti talenti.

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