Management

Global inclusion, così le diversità valorizzano i talenti

  • Abbonati
  • Accedi
sbagliando si impara

Global inclusion, così le diversità valorizzano i talenti

Negli ultimi anni in Italia diverse aziende hanno iniziato ad affrontare il tema della global inclusion, della capacità cioè di creare un contesto in cui le differenze vengono accolte per valorizzare i talenti, i contributi e le idee di tutti; del resto, in un mondo globalizzato, con mercati che divengono giorno dopo giorno più complessi, la gestione delle diversità non appare solo un argomento di sostenibilità o di pari opportunità, ma anche un tema strategico per le imprese.

A tal riguardo, la mia sensazione è che oggi in alcune aziende sussista una volontà seria di affrontare e promuovere la questione, in un momento storico ed economico dove il tema dell’inclusione è divenuto particolarmente centrale. In altre aziende (poche nella mia esperienza professionale) percepisco solo in apparenza tale volontà, mentre nella realtà sembrano voler cavalcare un fenomeno «politically correct», caratterizzate come sono da ambiti in cui proliferano luoghi comuni o stereotipi con i quali si tende ad identificare, apprezzare o denigrare individui attraverso le caratteristiche del gruppo di appartenenza. Ad esempio, qualche settimana fa tenevo un corso presso un’azienda che già da qualche anno si occupa di cultura inclusiva e, durante una pausa alla macchinetta del caffè, ascoltavo 2 dipendenti parlare mentre uno diceva all’altro: «Ma figurati, evita pure di mandare la mail, tanto quelli del Finance hanno lo stesso grado di flessibilità del granito!».

Riconosco la mia ignoranza in materia di rocce ignee intrusive, ma credo di aver colto in quelle parole un esempio di stereotipo che di certo non agevola la realizzazione di un contesto per la valorizzazione delle differenze. Alla sera, ripensando a quella frase, mi tornò alla mente una cosa che mio padre mi raccontò quando ero adolescente: eravamo nel salotto di casa e lui, ricordando i tempi in cui era studente universitario, mi disse che durante una lezione di letteratura nord americana, il professore (americano) volle precisare che lo scrittore americano Henry James fu uno dei pochi che nella sua narrativa non aveva inserito delinquenti di origine italiana.

Era evidente nel docente americano, che insegnava in un ateneo italiano, la preoccupazione di sdrammatizzare certi luoghi comuni ampiamenti diffusi nel mondo anglosassone, soprattutto per il fatto che nell’immaginazione popolare gli italiani - attraverso un pregiudizio - spesso venivano associati al crimine organizzato. Tuttavia, diversi studi hanno dimostrato proporzionalmente una considerevole assenza di malviventi tra gli italiani quando arrivarono per la prima volta in America, perché nel diciannovesimo secolo già bande di altri paesi del mondo lottavano per il possesso delle loro aree di influenza nei centri urbani della nazione; solo all’inizio del ventesimo secolo gli italiani seguirono modelli già consolidati, formando bande proprie o unendosi a quelle operanti.

Ricordo che mio padre concluse il ricordo di quell’episodio offrendomi un insegnamento, tra i tanti preziosi che ha saputo donarmi, legato all’attenzione che avrei dovuto riporre, una volta diventato uomo, nell'evitare qualsiasi forma di pregiudizio. Non ho mai dimenticato quelle parole ed è per questo che resto perplesso di fronte a quelle aziende che, pur parlando di inclusione, lasciano sopravvivere alcuni stereotipi che portano a divisioni tra colleghi solo perché lavorano in reparti diversi della stessa azienda.

A solo titolo di esempio sto parlando di aziende che si occupano di cultura inclusiva, eppure al loro interno:
Quelli delle vendite: mercenari senza scrupoli che farebbero di tutto pur di ricavare un euro in più di margine sulle loro trattative.
Quelli del marketing: filosofi puri, che senza avere una reale contezza del mercato e trincerandosi dietro montagne di analisi, elaborano strategie inapplicabili nel concreto.
Quelli dell’Information Technology: gente strana, che parla una lingua incomprensibile e che si rinchiude in luoghi sinistri, sotterranei, chiamati CED.
Quelli del personale: bisogna farci attenzione, bravissimi a sorriderti davanti e a pugnalarti alle spalle quando occorre.

A mio avviso, fino a quando in un’azienda sopravvivono simili stereotipi o luoghi comuni tanto sciocchi quanto inutili, non si può parlare seriamente di cultura inclusiva e forse, prima di millantare la gestione delle differenze legate ad etnia, sesso, età, disabilità, orientamento affettivo-sessuale, identità di genere, religione, diversità di pensiero e tutte le altre differenze che ci rendono unici, occorre agire al proprio interno per debellare alcuni comportamenti che possono diventare pericolose barriere nel contesto attuale.

In fondo, da uomo di mare, ho sempre ritenuto che la bellezza di un arcipelago stia proprio nella diversità delle isole che lo compongono.

* Partner di Newton S.p.A.

© Riproduzione riservata