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Questo articolo è stato pubblicato il 06 settembre 2013 alle ore 07:08.

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Adnan A. Shihab-Eldin (Kuwait foundation) - AfpAdnan A. Shihab-Eldin (Kuwait foundation) - Afp

CERNOBBIO - Quale futuro per lo scenario energetico in un momento nel quale Papa Francesco parla di "terza guerra mondiale"? I mitici "Shale gas" e "Shale oil", di gran moda oggi negli Stati Uniti e in altri Paesi (anche se spesso contrastati dagli ecologisti) saranno davvero fonte di nuovi equilibri tra domanda e offerta di energia? Che ruolo può avere la tassazione del greggio nella politica economica? A margine della riunione del servizio di "Aggiornamento permanente" di Ambrosetti che apre il weekend di lavori a Villa d'Este (Cernobbio) del Workshop the European house abbiamo discusso di questi argomenti con Adnan A. Shihab-Eldin.

Ingegnere nucleare laureato negli negli Stati Uniti, ha un nome che al grande pubblico dice poco o niente, nonostante sia non solo espertissimo di energia, ma anche un personaggio molto influente nei Paesi arabi. Già segretario generale dell'Opec, ora guida la Kuwait foundation, un'organizzazione finanziata dalle principali corporation kuwaitiane e presieduta dallo stesso emiro del Kuwait.

Ingegner Shihab-Eldin, il tintinnare delle spade in Siria sta diventando sempre più fragoroso. Il prezzo del petrolio tende ad impennarsi in occasione di guerre e conflitti (specie se in Medio Oriente): pensa che succederà la stessa cosa in seguito alle tensioni in Siria e alle minacce di attacco da parte degli Stati Uniti?
Io sono ottimista. In primo luogo perché le probabilità di un'azione unilaterale statunitense mi sembrano scarse. Inoltre, in ogni caso, si tratterebbe di un'azione molto limitata e circoscritta, in sostanza poco più che dimostrativa. Il tutto eviterà comunque che i venti di guerra possano coinvolgere altri Paesi. E poi la Siria non è un Paese chiave nell'estrazione di greggio: l'export è un'inezia su un mercato di 92 milioni di barili al giorno.

Société Générale stima che per l'industria europea le quotazioni del greggio possano arrivare al record storico assoluto di 150 euro. Il tutto nel caso la Siria venga attaccata e il conflitto si possa estendere negli altri Paesi mediorientali. Crede che questa previsione possa essere presa in seria considerazione? Oppure, secondo lei, si tratta di esagerazioni?
La penso diversamente. Anche in presenza di tensioni geopolitiche, i listini del petrolio dovrebbero poi diminuire in tempi brevi. La stessa cosa era già successa nel 1991, durante la guerra della coalizione occidentale contro l'Iraq di Saddam Hussein. E questo perché, in occasione di queste crisi, l'Arabia saudita tende ad aumentare in maniera significativa la sua produzione e anche l'Aie interviene sbloccando le riserve dell'Ocse, in modo da calmierare i mercati e combattere la speculazione.

Qual è il prezzo "giusto" del greggio, se esiste?
Certo che c'è. Ed è dovuto a diversi fattori (tra cui le politiche di "shale" degli Usa, ma il principale è che i Paesi arabi necessitano di risorse per finanziare il loro welfare. Con gli attuali livelli di consumo, la quotazione è sui 90 dollari a barile, livello che sfiora anche il costo marginale delle nuove estrazioni. Potranno esserci impennate, ma di breve periodo. Diciamo che - considerando le oscillazioni - se facciamo una stima di 100 dollari nel medio periodo, non sbagliamo di molto.

Quanto può pesare tutto questo sulla ripresa mondiale?
Direi poco. Il Fondo monetario internazionale ha dimostrato che un incremento del 25% del greggio può rallentare la crescita del Pil di 0,5 punti. Il nodo della questione non è il prezzo del petrolio. Sono le tasse.

Che cosa suggerisce?
Di usare questa leva in maniera anticiclica. Dal momento che in Italia più della metà del prezzo alla pompa dei carburanti è dato dalle accise, una diminuzione - ovviamente temporanea - della benzina, di 50 centesimi al litro, potrebbe invece innescare un circolo virtuoso perché la mobilità delle persone è un formidabile acceleratore del business e dei consumi.

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