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Questo articolo è stato pubblicato il 17 settembre 2014 alle ore 07:30.
L'ultima modifica è del 17 settembre 2014 alle ore 08:09.

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Al di là delle riforme e dell'Europa, al di là del timore di finire sotto tutela internazionale e della volontà di rivendicare una linea anti-rigore in vista del Consiglio europeo, c'è un punto politico nel discorso di Renzi di fronte al Parlamento. Il motivo conduttore nel discorso "dei mille giorni" è il tema del consenso. Perché quel 41 per cento preso alle europee è un dato straordinario quanto effimero. Di questo il premier sembra consapevole. Ma senza il 40 per cento non gli sarà possibile tenere stretto nelle sue mani il bandolo della matassa italiana.

Non a caso il presidente del Consiglio parla di riforme – anche in termini innovativi, come quando si occupa di giustizia o lavoro – e sente il bisogno di precisare che non teme di perdere consenso. Poi insiste sulla riforma elettorale da fare subito, ma al tempo stesso nega la volontà di pilotare il paese verso le elezioni anticipate. Tuttavia – si affretta a sottolineare – il voto ci sarà se il Parlamento non farà le riforme. Quindi lo scioglimento delle Camere come arma di pressione sui soliti, riottosi parlamentari (che peraltro, almeno al Senato, hanno votato in modo disciplinato il proprio auto-affondamento). Inutile negare che esista un certo tasso di ambiguità in questo passaggio, per cui è strano semmai che il premier si meravigli dei titoli dei siti "online" dedicati all'ipotesi elettorale.

La verità è che Renzi è stretto in una tenaglia e lo sa. La sua forza resta l'appoggio dell'opinione pubblica. I sondaggi sono ancora molto positivi, a cominciare da quel super-sondaggio che furono le elezioni europee di maggio. Ma quanto potrà durare la sua popolarità in una situazione di affanno, con un paese in recessione e davanti a una prospettiva per il 2015 che resta incerta? Il dinamismo, l'ottimismo, lo sforzo di suscitare energie positive... va tutto bene, tuttavia una nazione in sofferenza ha bisogno di uno "shock" reale e le risorse non ci sono.

Renzi guarda ai 300 miliardi del fondo Junker per gli investimenti, ma il se, il come e il quando di tale disponibilità sono ancora da verificare. Nel frattempo il sostegno popolare potrebbe ridursi, in un lento processo di logoramento che qualcuno già intravede. Fa onore al premier il desiderio di completare i mille giorni delle riforme nonostante la possibilità concreta di perdere le elezioni. Ma la frase, detta così, esprime più che altro la paura che tale eventualità si realizzi. Del resto, il rischio esiste e parlarne non serve a esorcizzarlo.

È evidente che il presidente del Consiglio si tiene nella manica la carta delle elezioni anticipate. Preferisce non doverla calare sul tavolo, certo: anche perché i suoi interlocutori politici, a cominciare da Berlusconi, ma lo stesso vale per Alfano, non sono pronti per le urne e gradirebbero mandare avanti la legislatura fino al 2018. Renzi invece scalpita e la legge elettorale, se mai riuscisse a farsela approvare, non servirebbe tanto a «restituire dignità al Parlamento» - secondo le sue parole - quanto a garantire a lui una pistola carica da tenere nella fondina. Magari non ci sarebbe bisogno di sparare, ma la minaccia proferita («o le riforme o il voto») avrebbe un senso. Anche se poi occorrerà spiegare agli italiani perché si torna a votare per il Senato di cui era stata annunciata l'abolizione, quando è chiaro che prima di un anno l'iter costituzionale non sarà completato.

Resta il fatto che il discorso di ieri è tipico di un leader che tiene d'occhio in ogni istante lo stato d'animo della pubblica opinione. L'accelerazione sul lavoro è un messaggio al mondo produttivo, ma anche un segnale al suo partito, dove i punti di vista contrari sono numerosi. E sulla giustizia Renzi ha espresso una volontà "garantista" che sarà piaciuta a tanti, anche a Berlusconi. Cioè all'uomo il cui sostegno è sempre necessario al premier. Il consenso che questi non vuole perdere, nel palazzo e nelle strade, è più che mai trasversale.
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