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Walter Bonatti 50 anni fa stupiva il mondo sulla Nord del Cervino

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ALPINISMO

Walter Bonatti 50 anni fa stupiva il mondo sulla Nord del Cervino

Se Walter Bonatti fosse ancora tra noi in questi giorni sarebbe stato sommerso da richieste di interviste. Perché proprio 50 anni fa, tra il 18 e il 22 febbraio del 1965, aveva scritto l'ultima incredibile pagina di una straordinaria carriera alpinistica arrivando sulla vetta del Cervino. Non in modo normale, ma alla Walter Bonatti. Oltre il limite del possibile.

Quindi quattro prime assolute con una sola scalata: prima scalata con una nuova via, prima volta per via direttissima, prima volta sulla vetta in invernale, prima volta in solitaria. Per chiudere definitivamente con l'alpinismo estremo e per celebrare l'impresa di Edward Wymper che cent'anni prima, nel luglio del 1865, aveva conquistato insieme a sei compagni la cima di quella magica montagna. Per chiudere con quella salita l'era dell'alpinismo classico e sigillarla per sempre, intoccabile per tutti quelli che sarebbero venuti dopo di lui.

Se Walter Bonatti fosse ancora tra noi ci racconterebbe che lui, sulle montagne, ci è sempre andato rifiutando gli aiuti della “meccanizzazione”: niente chiodi a espansione o a pressione, niente trapani, niente carrucole o cordini fissi, niente che non fosse nella piena disponibilità di chi tra i grandi del passato, da Wymper a Riccardo Cassin, aveva tentato le stesse vie. Perché solo usando gli stessi mezzi tecnici, poverissimi, avrebbe potuto davvero confrontarsi con loro e provare a passare dove tutti si erano fermati. Follia, dicevano, ma lui era fatto così.

Il bello è che Bonatti, rifiutando gli aiuti delle tecnologie moderne, su quelle vie ci era davvero passato: appiglio dopo appiglio, un tiro di corda dopo l'altro, sfidando roccia, ghiaccio e gelo, con il peso immane dello zaino che tirava inesorabilmente verso valle.

Se Walter Bonatti fosse ancora tra noi ci direbbe che sul Cervino aveva davvero sfidato l'impossibile, forse più che in ogni altra scalata della sua vita. Perché quattro giorni in parete, in uno degli inverni più rigidi che si ricordino, impegnato a conquistare centimetro dopo centimetro l'immensità della parete Nord erano davvero, come avrebbero scritto in tanti nei giorni successivi, una sfida oltre i limiti delle umane possibilità.

Ci racconterebbe di come, sulla Nord, si sia liberato di ogni peso possibile ma non di Zizi, l'orsacchiotto di pezza ricevuto in regalo da un bambino di Zermatt. Su quelle rocce ghiacciate era diventato un amico con cui parlare, rompendo il silenzio assoluto della salita in solitaria. Ci racconterebbe di come, prima dell'ultimo sforzo e sapendo di non avere più un briciolo di energia da spendere, sia stato tentato di buttare nel vuoto il suo vecchio casco, da anni compagno di memorabili imprese: e di come quel casco, con ammaccature profonde come ferite, sia invece stato riposto nello zaino dopo averlo accarezzato con affetto. Un compagno non si abbandona, mai.

Se Walter Bonatti fosse ancora con noi sarebbe bello sentirlo raccontare, lasciarsi trasportare nel suo mondo fatto di silenzi assordanti e di fatiche immani, di salite impossibili e discese strapiombanti, di luoghi che solo grazie a lui, ancora oggi, possiamo immaginare.

Walter Bonatti ci ha lasciati nel settembre di quattro anni fa, sconfitto da un letto di ospedale: nulla di più ridicolo e di più orizzontale in una vita vissuta in verticale guardando verso vette infinite.

Ricordandolo oggi lo ritroviamo sulla parete Est del Grand Capucin e sul Pilastro Bonatti del Dru, che i francesi gli hanno intitolato per far capire a tutti, per sempre, che quella è la sua montagna. Lo vediamo sulla vetta del Gasherbrum 4, la “Montagna di luce” conquistata insieme a Carlo Mauri: dopo di loro solo tre volte qualcuno ha saputo arrivare in vetta.

Ricordandolo lo immaginiamo sul K2, costretto a un bivacco notturno e senza alcun riparo nella zona della morte, vicino a quota 8.000, dove era stato vigliaccamente abbandonato da quelli che credeva compagni, amici, fratelli. Lo vediamo salire sulla Nord delle Grandes Jorasses e sul Pilastro Rosso di Brouillard, impegnato sulle creste del Monte Bianco e tra gli strapiombanti seracchi della Brenva.

Ma soprattutto, oggi, lo accompagniamo con affetto sulla Nord del Cervino. Passo dopo passo. Appiglio dopo appiglio. Tiro di corda dopo tiro di corda. In una scalata non più solitaria ma circondato da chi, sulle montagne, ha guardato verso l'alto sognando le sue imprese e amando il suo mito.

Chi vuole ripetere l'impresa di Bonatti butti i materiali superleggeri, le barrette energetiche e gli indumenti tecnici: si confronti con lui usando vecchi scarponi che pesano chili, corde che si impregnano di acqua e gelo, pane, formaggio e una borraccia di vino.

E se non ce la fa, pazienza, perché di Walter Bonatti ce ne è stato uno solo.

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