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Oriundi in Nazionale, l’eterno scontro tra regole e buon senso

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contropiede

Oriundi in Nazionale, l’eterno scontro tra regole e buon senso

Secondo le regole, che alla fine sono quelle che vanno rispettate, non trovo nulla di strano nella convocazione di Eder e Vazquez in Maglia Azzurra. Qualsiasi cittadino italiano ne ha diritto e non c’è motivo per cui la regola non debba valere per Éder Citadin Martins, diventato italiano grazie al bisnonno di Vittorio Veneto, e per Franco Vazquez, che di italiana ha addirittura la mamma, nata a Padova. Secondo le leggi vigenti, la discussione finisce qui.

Ci sono casi tuttavia, e quello degli oriundi in Nazionale è uno di questi, in cui prende corpo l’eterno scontro tra regole e buon senso. Le prime vanno applicate, il secondo utilizzato quando un principio di carattere generale richiede una certa elasticità nel considerare le situazioni del singolo. E del resto il buon senso, o meglio ancora la discrezionalità, è proprio quella che viene utilizzata dal Commissario tecnico quando decide di convocare un oriundo e di lasciarne a casa un altro, magari ancor più desideroso di indossare la maglia del suo nuovo Paese.

Attenzione, non sto parlando di Conte, Eder e Vazquez, ma del Ct come ruolo e degli oriundi, di qualsiasi epoca. Che in Maglia Azzurra hanno sempre giocato, al punto che su quattro Mondiali vinti tre volte erano presenti nell’undici titolare. Unica eccezione il 1982: peraltro in quella squadra, secondo il principio enunciato da Roberto Mancini (gioca solo chi è nato in Italia) non avrebbe dovuto esserci Claudio Gentile. Italianissimo fino al midollo, ovviamente, ma nato a Tripoli.

La Nazionale non è una squadra di club, rappresenta il Paese: e non è un caso se gli italiani, in genere poco affettuosi verso la Patria, scoprono improvvisamente il Tricolore quando lo devono sventolare ai Mondiali o agli Europei.

Qui dovrebbe entrare in gioco il buon senso: ovvero la capacità del Ct, e della Federazione che lo sostiene, di ragionare non tanto in base alle caratteristiche tecniche del giocatore ma all’effettiva volontà del medesimo di rappresentare una Nazione diversa da quella che l’ha visto crescere. Perchè la casa non è dove nasci, magari per caso, ma dove cresci e soprattutto dove vorresti vivere.

Claudio Gentile, libico di nascita e per otto anni vissuto dall’altra parte del Mediterraneo, non si è mai sentito libico. Il rientro in Italia era per lui un sogno, e a quell’epoca tutto pensava tranne che di rappresentarla in Spagna nel 1982. Mauro German Camoranesi, che tutti ricordiamo vincitore del Mondiale del 2006, ha ammesso con la sincerità che l’ha sempre contraddistinto che la Maglia Azzurra era sì importantissima, ma che la sua Nazione restava l’Argentina.

Il vero problema, per cui si dovrebbe fare ricorso al buon senso, è che non è mai possibile stabilire con certezza per quale motivo un giocatore accetti di indossare una maglia diversa da quella che sognava quando ha iniziato a tirare i primi calci a un pallone: gli anni trascorsi nel nuovo Paese l’hanno cambiato fino a sentirsi profondamente italiano? Oppure, visto che anche nei momenti difficili la Nazionale Italiana non è proprio l’ultima ruota del carro, come si dice a Milano “piuttosto che niente, meglio piuttosto”? Soprattutto considerando che quel “piuttosto” in genere aumenta il valore del giocatore e ne fa crescere l’ingaggio.

Difficile, molto difficile decidere. Dybala e Icardi, altri due papabili per la Maglia Azzurra, hano detto chiaramente che per il momento non se ne parla: aspettano una possibile, o probabile, chiamata in biancoceleste al fianco di Messi e Di Maria. E se la chiamata non arrivasse? Se prima del Mondiale del 2018 scoprissimo di avere bisogno di loro due per tamponare le falle del nostro calcio, sarebbe giusto convocarli sapendo di essere la seconda scelta?

Sinceramente penso di no, ma penso anche che un Ct farebbe fatica a non convocare un giocatore che può cambiare la faccia della squadra. Per questo, nel nome del buon senso, la decisione dovrebbe coinvolgere anche la Federazione.

Mi piacerebbe convocare un brasiliano che dice no alla maglia verdeoro per scegliere quella azzurra, ma non è mai successo. Oppure un argentino che preferisce l’azzurro al biancoleste. Ma anche qui siamo probabilmente nel campo dell’irrazionale.

Con molta onestà, quando a fine 2014 si iniziò a parlare di una possibile convocazione in azzurro, Vazquez si espose pubblicamente con una dichiarazione sul sito del Palermo: «Sono argentino, è una decisione difficile. Mia mamma è nata a Padova ma ripeto, è una decisione difficile».

Eder, ribattendo alle parole di Roberto Mancini, si è limitato a dire: «Se vediamo quello che succede negli altri Paesi ci accorgiamo come vengano convocati giocatori non nati in quei luoghi: penso al caso della Germania, dell’Olanda o anche della Francia, dove ci sono parecchi giocatori provenienti dall’Africa. Il problema è che in Italia regna il pregiudizio, altrove c'è una mentalità diversa e più aperta». Quanto sarebbe stato più bello sentirgli dire: «Questo è il mio Paese, questa è la mia maglia». Senza contare che se in Italia regna il pregiudizio potrebbe sempre fare a meno di rappresentare un Paese così retrogrado...

Regole e buon senso, un eterno conflitto che non troverà mai soluzione. Le regole vanno rispettate, e non mi stancherò mai di dirlo. Tuttavia applicando il buon senso talvolta è possibile non tanto infrangerle, ma perlomeno evitare di tirarle in ballo.

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