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Dossier Cinque Stelle, cronaca di una débâcle annunciata

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    Dossier | N. 86 articoliElezioni amministrative 2017

    Cinque Stelle, cronaca di una débâcle annunciata

    La doccia gelata ricorda quella del 2013, quando i Cinque Stelle crollarono nelle città dopo aver incassato il 27% alle politiche. Ma la sconfitta di ieri - con il Movimento fuori dai ballottaggi in tutti i principali comuni e con i big in silenzio fino a stamattina - è più cocente e già si leggeva sul volto cupo di Beppe Grillo al seggio nella sua Genova. Perché quattro anni fa si poteva incolpare la stampa, la giovane età del M5S, l'imparagonabile investimento economico degli altri partiti nei territori. Oggi no. La responsabilità va cercata in casa, in quella ragnatela di giravolte e divisioni nella quale i grillini sono rimasti impigliati. Finendo per annacquare la propria presunta (e sbandierata) diversità. E per trasformare l'elettore mobile in un figliol prodigo tornato ai lidi originari, soprattutto a destra.

    Il prezzo amaro delle lotte intestine
    Lo schiacciamento del terzo polo, a Genova come a Palermo, si spiega con ragioni tutte interne: le lotte intestine che hanno avvelenato la campagna elettorale e che i diarchi Grillo e Davide Casaleggio non sono riusciti a governare, oscillando tra l'aspirazione alla democrazia diretta e il verticismo sotto traccia. Faide che sono state la causa, più che l'effetto, sia dell'inchiesta sulle firme false nel capoluogo siciliano sia della diaspora del gruppo storico dei grillini genovesi e del caso Cassimatis. Per non parlare della lezione di Parma, con il candidato pentastellato mandato a sfidare Federico Pizzarotti e quasi non pervenuto. L'impressione generale è che l'onda lunga del voto di protesta si sia esaurita. E che il M5S abbia pagato da un lato tutti gli errori, le epurazioni e le scomuniche; dall'altro il passaggio troppo repentino dai “vaffa” al doppiopetto.

    M5S schiacciato, vittima della sua liquidità
    Un monito sinistro per i vertici M5S e anche per la pattuglia di parlamentari capitanata da Luigi Di Maio che è appena inciampata nel pasticcio della legge elettorale. Perché stavolta, a differenza del 2013, le elezioni politiche non sono alle spalle, ma alle porte. Il rinvigorimento del centrosinistra e del centrodestra, seppur legato alle coalizioni, restituisce l'immagine speculare di un Movimento in crisi d'identità, precoce quanto precoce ne era stata l'ascesa. Vittima di se stesso e della sua liquidità. Con enormi difficoltà a esprimere a livello locale una classe dirigente realmente competitiva dal punto di vista della proposta politica.

    Deluse le aspettative al Sud
    Se questa tornata doveva dimostrare il radicamento territoriale del M5S, la prova è fallita. Persino al Sud, dove il reddito di cittadinanza avrebbe dovuto solleticare l'elettorato indebolito dalla povertà e dalla disoccupazione. Il risultato di Taranto, nonostante le battaglie sull'Ilva, è ben al di sotto delle attese. Buco nell'acqua a Catanzaro, unico comune in cui si erano tenute primarie aperte. Delusione a Lecce, dove si grida alla compravendita dei voti. E paura in Sicilia, dove l'arretramento diffuso - anche nella roccaforte di Trapani - piazza un'ipoteca pesante sulla campagna per le regionali di novembre. Senza un candidato davvero di peso la cavalcata verso Palazzo dei Normanni si annuncia molto più faticosa del previsto, anche a giudicare dalla risalita dei due poli tradizionali.

    Il voto anticipato da sogno a incubo
    Sembra lontanissima, oggi, la marcia trionfante su Torino e Roma di un anno fa. Chissà quanto ha pesato l'esperienza non certo brillante di Virginia Raggi alla guida della Capitale: doveva essere il palcoscenico da cui spiccare il salto verso Palazzo Chigi e si è rivelato un boomerang. Hai voglia ora a ricordare che il M5S corre da solo e che in alcune città resta comunque il primo partito. Da oggi va in scena il paradosso: i principali fautori del voto anticipato sono di fatto quelli che più potrebbero esserne danneggiati. Altro che obiettivo 40%. Un tagliando all'intera architettura del Movimento, a partire dai metodi di reclutamento dei candidati, appare inevitabile. A meno che non si individui qualche capro espiatorio che paghi per tutti. O che si ricorra alla classica spiegazione dei tanto vituperati politici di professione, quando perdono le amministrative e le liquidano come un semplice test locale.

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