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Prof e studenti sul piede di guerra: «Università dimenticata, delusi dal Governo»

Studenti e professori delusi dal Governo del cambiamento colpevole, nonostante le promesse, di aver dimenticato l’università nella manovra appena inviata al Parlamento. I primi mettono sotto accusa il vice-premier Luigi Di Maio che dopo averli incontrati nei giorni scorsi «non ha tenuto conto di nessuna delle nostre richieste», tanto da annunciare il ritorno in piazza in tutta Italia il prossimo 16 novembre. I docenti universitari, che avevano protestato già con uno sciopero degli esami la scorsa estate, si dicono anche loro delusi e sono pronti a un nuovo stato di agitazione.

GUARDA IL VIDEO - Il Governo cancella le «Cattedre Natta»: addio ai 500 supercervelli

La manovra al momento riserva veramente poco per l’università e quella italiana è tra le più sottofinanziate in Europa. L’unico segnale è l’assunzione di mille ricercatori e 900 specializzandi per la Sanità. Sul resto niente: nessun aumento di borse di studio (anche qui siamo fanalino di coda in Europa) o riduzione delle tasse universitarie (nel contratto di Governo si parlava di un allargamento della no tax area per gli studenti con redditi bassi). Anche per i docenti universitari che vengono da anni di sacrifici - a parte l’assunzione di mille giovani leve tra i ricercatori - non c’è nulla: le università dal 2008 hanno perso quasi 15mila docenti (oltre il 20%) che tra l’altro hanno sofferto il blocco degli scatti di stipendio, in parte solo “ristorati” dal precedente Governo. Tanto che la scorsa estate dopo lo sciopero degli esami avevano incontrato il vice-ministro Lorenzo Fioramonti che li aveva rassicurati su possibili interventi in manovra. Ma nulla, a parte la cancellazione delle Cattedre Natta - la chiamata diretta per 500 super-cervelli - volute da Renzi, senza però che le risorse (75 milioni l’anno) siano reinvestite nell’università. Almeno così sembra a leggere la legge di bilancio.

«Su scuola e università non c'è la minima traccia di investimenti, al di là dei proclami di alcuni membri del governo, anzi, come messo nero su bianco il 23 ottobre in occasione dell'approvazione del decreto fiscale, ci sono solo tagli», ha spiegato Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari. Che aggiunge: «Vengono invece abolite le cosiddette cattedre Natta, inserite nella legge di bilancio 2016, operazione contro la quale ci eravamo opposti fin dall'inizio, ma a quanto pare i fondi recuperati non sono stati reinvestiti per finanziare il fondo per il diritto allo studio o il fondo per il finanziamento ordinario delle università». Sulla stessa linea Alessio Bottalico, Coordinatore nazionale Link Coordinamento universitario: «Durante l'incontro con Di Maio, abbiamo ricevuto solo tante promesse. Nella manovra non si fa però un minimo accenno all'aumento dei fondi per le borse di studio per eliminare la figura dell'idoneo non beneficiario, dei finanziamenti per l'aumento dei posti nelle residenze universitarie e per l'innalzamento della no tax area. Non siamo disposti a restare in silenzio: vogliamo atti concreti, basta vuote promesse». Da qui la conferma che gli studenti torneranno in piazza per protestare contro il Governo il 16 novembre.

Anche i professori universitari sono già sul piede di guerra. Dopo lo sciopero della sessione estiva degli esami avevano chiesto al nuovo Governo di rivedere il sistema degli scatti di stipendio che li vedrebbe penalizzati rispetto al resto della Pa e altre rivendicazioni più generali sul rilancio del sistema universitario. Ma dopo aver letto la manovra non nascondono la delusione «malgrado le tante enunciazioni di principio e le speranze accese nei recenti incontri». Per Carlo Ferraro del Movimento per la dignità della docenza universitaria «nella legge di bilancio 2019 presentata c’è veramente poco riguardo alle nostre richieste. Aspettiamo modifiche nel corso della discussione in Parlamento. Ma se alla fine la legge non conterrà altro sarà segno che l'Università continuerà ad essere la “Cenerentola” che è stata per tanti Governi precedenti, anzi peggio». Ferraro spiega infatti che «così si rischia di finire con il rimpiangere i governi precedenti. Noi e tutta l'Università daremo una risposta forte e chiara». In cantiere una lettera da inviare al Governo e la proclamazione di uno stato di agitazione che potrebbe portare a un nuovo sciopero.

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