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Fondazione Gimbe: «L’autonomia minaccia la tutela della salute. Governance centrale da rafforzare»

La sanità come cartina al tornasole dei potenziali rischi da regionalismo differenziato. A lanciare l’allarme è la Fondazione Gimbe, che a una manciata di giorni dall'incontro fissato il 15 febbraio tra il premier Giuseppe Conte e i governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per riavviare la discussione sull'autonomia, passa al setaccio i contenuti degli accordi sulla materia più sensibile: il diritto alla salute, garantito dall'articolo 32 della Costituzione. Un diritto già oggi messo in bilico dai profondi gap nell’accesso ai servizi, avvisano dalla Fondazione, e che potrebbe ricevere un colpo sonoro dal regionalismo differenziato. A meno di definire – e un contenitore potrebbe essere il prossimo Patto della salute tra Stato e Regioni, per cui la legge di Bilancio ha fissato la deadline al 31 marzo - meccanismi di riequilibrio che tutelino il solidarismo. «Solo un contestuale potenziamento delle capacità di verifica e indirizzo a livello centrale – avvisa il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta, che fino a metà mese terrà aperta una consultazione pubblica (www.gimbe.org/regionalismo-differenziato)- sarà in grado di scongiurare la silenziosa disgregazione dello Stato sociale che potrebbe seguire all'attuazione piena dell'articolo 116».

I temi dell’autonomia sanitaria
La tavola sinottica confezionata da Gimbe passa in rassegna le proposte degli “autonomisti” per la sanità: dalla rimozione dei vincoli di spesa in materia di personale (il tetto è fermo ai livelli del 2004 meno l'1,4%) all’accesso alle scuole di specializzazione; dalla stipula di contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro” per i medici agli accordi con le Università; dall’attribuzione delle competenze tariffarie alla compartecipazione (leggi ticket); dalla possibilità di decidere in tema di equivalenza terapeutica agli interventi sul patrimonio edilizio e tecnologico del servizio sanitario regionale. Fino all’autonomia in fatto di fondi sanitari integrativi. «A parte la rimozione del vincolo di spesa, indispensabile per sanare specifiche carenze, sicuramente le istanze autonomistiche più rischiose sono quelle relative al personale – spiega Cartabellotta -: penso ad esempio a quanto chiede il Veneto, che include la regolamentazione dell’attività libero-professionale e la facoltà di prevedere incentivi e misure di sostegno in sede di contrattazione integrativa collettiva per i dipendenti. Poi c’è il problema delle valutazioni scientifiche sull’equivalenza terapeutica, che comporterebbe lo spostamento della governance del farmaco a livello regionale nei casi in cui l'Aifa non si pronunci entro 180 giorni. Un elemento foriero di disuguaglianza, in termini di accesso».
Il possibile riequilibrio nel Patto per la salute. È possibile che il prossimo “Patto” tra Stato e Regioni sia il veicolo del riequilibrio auspicato da Gimbe? «È probabile – afferma Cartabellotta - che a fronte del via libera a Veneto, Emilia Romagna e Lombardia si chieda - a loro e alle Regioni benchmark - di affiancare le amministrazioni rimaste indietro. È la logica del federalismo solidale, già proposta in passato, e potrebbe essere la strada per evitare la disintegrazione del solidarismo. Ma ad oggi questa ipotesi non la troviamo scritta in nessun documento, né è inclusa nell'accordo sul regionalismo differenziato. La cui chiave, lo ripeto, è l'aumento delle capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni».

Le ricette per potenziare la governance dello Stato
I meccanismi che il prossimo Patto della salute potrebbe mettere in campo sono molteplici: dall'affiancamento tra Regioni (le più virtuose accanto a quelle più in difficoltà su conti ed erogazione dei Livelli essenziali di assistenza), alla scelta di agganciare il riparto del Fondo sanitario nazionale (Fsn) a determinate condizioni. «Penso – afferma ancora Cartabellotta - all'adempimento di specifici indicatori, aggiornando e rendendo molto più dettagliata la griglia Lea, in linea del resto con quanto prevede il nuovo sistema di garanzia, che la Conferenza delle Regioni deve ancora approvare. E sempre nel riparto del Fsn andrebbe definita una quota fissa per il personale, una volta che ne siano stati definiti i parametri di riferimento. Gli strumenti tecnici non mancano, ma serve volontà politica».

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