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Zorro, lenzuola e cannabis: Salvini vince grazie ai suoi…

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L'Analisi |parlare con la pancia

Zorro, lenzuola e cannabis: Salvini vince grazie ai suoi (finti) scivoloni

Quante volte in quest’annetto abbondante di campagna elettorale che ci preparava alle Elezioni europee del 26 maggio avremo letto, sentito, detto: «Stavolta ha esagerato, si è spinto troppo in là, questa uscita gli si ritorcerà sicuramente contro». Tante, tantissime, troppe e, a forza di sentirselo dire, qualcuno cominciava pure a crederci. Matteo Salvini, vicepremier con delega agli Interni, ha giocato a fare il leader di partito di lotta e di governo, estremizzando la comunicazione con dichiarazioni che innescavano puntualmente polemiche. Di costume più che politiche. Scivoloni, si diceva.

Autogol che non erano autogol
Affidamenti condivisi a santi e madonne che non piacevano alla chiesa, rimozioni di lenzuola che non piacevano alle piazze, biografie troppo ingenue per piacere ai lettori forti dei social network, pubblicate per editori troppo a destra per piacere ai sinceri democratici del web. Autogol, errori che avrebbero avuto come ineluttabile conseguenza un’erosione almeno parziale del consenso nei confronti di Salvini e della Lega, al momento del voto.

GUARDA IL VIDEO. Salvini tra il Tapiro d’oro e la foto di Putin

Il primo partito e il suo pantheon
Poi è successo che dalle urne è uscito un impressionante 34% per il Carroccio che oggi si ritrova primo partito in Italia, come lo stesso Salvini sottolinea fiero, lasciandosi ritrarre in maniche di camicia con alle spalle il suo personalissimo pantheon: Cristo Pantocratore e Tapiro di Striscia la Notizia, ritratto di Putin e cappellino della campagna elettorale di Trump, ampolla del Po e foto di Franco Baresi con la maglia del Milan, stagione 1984-1985, poco prima dell’avvento del Cav. L’Italia unita sotto lo spadone di Alberto da Giussano.

La strategia della semplificazione
E allora viene da pensare che le uscite salviniste non erano scivoloni ma calcolati rilanci nella partita della campagna elettorale; che Salvini conosce la pancia del Paese meglio di molti fini analisti e ci parla con grande disinvoltura; che il Capitano, quando si tratta di comunicazione ai tempi dei social, ha un passo che forse prima di lui soltanto il Cav, ai tempi delle televisioni generaliste, aveva. Qualunque tema affronti, la sua comunicazione è semplice, invasiva, estrema. Quanto di più efficace possa esserci per la politica nell’epoca della sua riproducibilità online. Qualcosa che ruba la scena al competitor (citofonare Luigi Di Maio) e trascina il dibattito su un terreno in cui diventa indispensabile scegliersi una parte. Poco importa se il terreno in questione rappresenta una semplificazione dello scenario originale. È la narrazione internettiana, bellezza.

Cannabis e lenzuola
Tutto fa brodo quando si tratta di polarizzare i consensi. Le forze dell’ordine chiudono due negozi di cannabis light nelle Marche? Salvini esulta: «Spero che il modello Marche possa essere seguito da altre regioni italiane. Oggi stesso manderò una direttiva con questa indicazione». Per tre giorni non si parla d’altro. Diventa un dettaglio il fatto che gli hemp shop in questione venissero chiusi perché avevano infranto la legge, che la direttiva citata non conterrà nessuna stretta sulla disciplina di vendita della cannabis legale. A Brembate i vigili del fuoco rimuovono un lenzuolo con la scritta «Non sei il benvenuto» rivolta a Salvini, in visita nel comune bergamasco. Ne nasce una contestazione che abbraccia tutto il Paese, con slogan più o meno goliardici rivolti al ministro degli Interni. «Matteo, togli anche questi», è il senso dell’inedito agit prop anti-sovranista. Anche qui non si parla d’altro. Ma «le cose scherzose mi piacciono», chiosa a sorpresa Salvini. E la contestazione, più che danneggiare, fa da cassa di risonanza al leader leghista.

Casa Pound al Salone del Libro
La vicenda di Io sono Matteo Salvini - Intervista allo specchio, libro di Chiara Giannini, sconfina addirittura nel guerrilla marketing. Il volume esce per Altaforte, casa editrice vicina a Casa Pound che a inizio maggio aveva prenotato uno stand al Salone del Libro di Torino. Apriti cielo: via i fascisti dalla festa dei lettori, no allo spot pro-Salvini in quel baluardo della cultura democratica che è il Lingotto. Il dibattito ci mette poco a monopolizzare gli spazi comunicativi, trasformando l’editore, il libro e il personaggio di cui parla nei veri protagonisti dell’edizione 2019 del Salone. Pur non avendo alla fine presovi parte.

Il segno di Zorro
Ma cosa c’è scritto di tanto scandaloso in questo libro? Sfumate le polemiche sulla partecipazione all’evento di Torino, l’incipit del testo della Giannini comincia a circolare sui social. Memorabile il passaggio nel quale il lettore apprende che Salvini «d’ingiustizie, nella vita, ne ha subite anche lui, sin da piccolo, quando racconta ironicamente che all’asilo gli rubarono il suo pupazzetto di Zorro». Dall’indignazione, si passa al pubblico ludibrio. Ma l’editore, il libro e il personaggio di cui parla continuano a essere protagonisti indiscussi del dibattito.

La nuova era e il manuale d’istruzioni
Pure i rosari baciati, gli appelli alla Madonna e a Padre Pio dal palco della convention sovranista di piazza Duomo, con relativo seguito di polemiche vaticane, hanno fatto il loro. «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no», si diceva quando la Dc era la stella polare della politica italiana. Acqua passata, perché il cattolicesimo del Paese profondo oggi appare spesso e volentieri più in sintonia con la visione del Capitano che con la rivoluzione culturale di papa Francesco. Una sintonia che si misura nel 34% dei consensi, conquistati strappo dopo strappo. Che vi piaccia o meno, è cominciata una nuova era. Sul piano politico e ancora di più su quello comunicativo. E il manuale d’istruzioni per decifrarla non è ancora stato scritto. Sarebbe stato interessante leggerne uno a firma di Gianroberto Casaleggio.

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