Alessandro Merli
Il rischio deflazione in Europa c'è. E se da un lato può aiutare i paesi oggi investiti più pesantemente dalla crisi a recuperare competitività, può però anche aggravare la situazione dei debitori. Per la Banca centrale europea, questo vuol dire nessun rialzo dei tassi d'interesse probabilmente fino alla fine del 2011. Alla Bnp Paribas, Luigi Speranza è il capo della ricerca sull'inflazione nell'Eurozona e non è stupito dai dati usciti ieri dalla Spagna, dove in aprile per la prima volta in 14 anni i prezzi, esclusi alimentari ed energia, sono calati.
«C'è un gruppo di paesi - dice Speranza - che comprende non solo Spagna, ma anche Portogallo, Slovenia e Irlanda, e in prospettiva la Grecia, dove per effetto dello shock provocato dalla crisi, l'economia è in recessione e quindi i prezzi subiranno pressioni al ribasso. La prima considerazione è che questo movimento dei prezzi può avere un effetto positivo: abbiamo detto che queste economie devono recuperare competitività e, in un'unione monetaria, dove è impossibile usare la leva della svalutazione, possono farlo solo con un calo dei prezzi».
La deflazione comporta però anche una serie di rischi. Il primo riguarda la aspettative che i prezzi possano continuare a scendere. Questo, secondo molti economisti, può frenare la ripresa, in quanto si rinviano le decisioni di spesa. «Forse in Spagna non ci siamo ancora - osserva Speranza - dato che l'opinione pubblica, almeno inzialmente, guarda soprattutto al dato complessivo dell'inflazione, e questa è cresciuta dell'1,5%». La deflazione però è grave in un paese di debitori, come la Spagna. «Se i prezzi scendono - dice l'economista - dato che il debito nominale è fisso, quello reale aumenta».
Le complicazioni più gravi rischiano però di colpire i conti pubblici, che faticosamente i governi di questi paesi, Spagna e Portogallo in testa, stanno cercando di rimettere in carreggiata con dolorose manovre fiscali. «La deflazione riduce il gettito fiscale - sostiene Speranza - e complica, politicamente, l'aggiustamento della spesa pubblica. Con un'inflazione positiva, la spesa può crescere, basta che lo faccia meno dell'inflazione. Con la deflazione, bisogna ricorrere a tagli anche nominali». Come hanno fatto i due paesi iberici con i salari pubblici. Inoltre, il rapporto debito/pil peggiora.
Da qualche tempo, Bnp Paribas punta il dito sui rischi deflattivi anche per l'Eurozona nel suo complesso. Con le decisioni del fine settimana scorso, però, secondo Speranza, le cose sono in parte cambiate. «A fronte della stretta di politica fiscale di Spagna e Portogallo - afferma - ci sono un euro più debole e una politica della Bce che ha fatto sorgere nei mercati qualche dubbio sulla possibile perdita di credibilità nella lotta all'inflazione. Ma sicuramente non c'è un problema di inflazione nell'Eurozona per i prossimi due-tre anni».
Semmai, c'è l'opposizione tedesca ad accettare che, se Spagna, Portogallo e altri dovranno puntare a un'inflazione inferiore alla media, altri, fra cui la Germania stessa, dovranno accettarne una più alta, visto che l'obiettivo della Bce è comunque rivolto alla media dell'Eurozona e non ai singoli paesi. «Per ragioni storiche e politiche - dice Speranza - questo è un discorso difficile in Germania, ma nessuno può essere sotto la media per sempre».
La crisi di queste settimane è, secondo l'economista della City, anche l'effetto di un'uscita prematura dall'atteggiamento accomodante della Bce. «Prima - sostiene - è stato detto alle banche greche di limitare la partecipazione alle operazioni di rifinanziamento, poi è iniziato il ritiro delle misure non convenzionali. La lezione del passato, del 1936 come del Giappone negli anni 90, è che la sottrazione prematura dello stimolo, soprattutto di fronte a uno shock senza precedenti come quello attuale, può far riemergere i problemi. Ora, consapevole della fragilità del settore bancario, la Bce torna a una politica espansiva per controbilanciare la stretta imposta dall'aumento degli spread. E, poiché l'inflazione rimarrà bassa, non alzerà i tassi fino alla fine del 2011».
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